IL PESO DI ESSERE STUDENTE: RICETTE CONTRO L’ABBANDONO

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di FILIPPO GIAZZI – Sentire il peso costante di alzarsi ogni mattina per prendere un pullman affollato, pieno di sguardi assonnati, schivi; percepire un carico sulle proprie spalle, che non è solamente quello dello zaino, ma un vero e proprio malessere che si manifesta quotidianamente per cinque/sei giorni a settimana; la stanchezza tra i banchi e le sedie che diventano spazio privato per lunghe ore delle quali si aspetta solo la fine, si annuisce, si scuote la testa, si guarda il telefono, se il prof non vede, altrimenti si guarda fuori dalla finestra immaginando le vetrate come incorniciate da spesse sbarre di ferro. Come in carcere. Questo è quello che molti ragazzi italiani provano quotidianamente nel momento in cui varcano la soglia della scuola, ragazzi che si vedono “costretti” in un mondo che pare loro ostile. I pensieri non hanno direzioni ben precise, si fanno indirizzare spesso dalle sensazioni: da qui nascono dubbi, scelte che prese in maniera superficiale possono chiudere tantissime strade e negare la possibilità di sfruttare tante opportunità.

“Perché devo andare a scuola, non mi interessa?”, “Là dentro mi sento scoppiare e poi non mi interessa nulla di quello che facciamo”, “Preferisco andare a lavorare, almeno posso guadagnarmi qualcosa, studiare non fa per”: sono queste le domande che si insinuano tra i ragionamenti dei giovani, raccolte e raccontate in una serie di articoli apparsi sul quotidiano la Repubblica (LEGGI QUI). Un’inchiesta in cui si parla di ragazzi “delle medie e delle superiori più fragili, più arrabbiati. Isolati o aggressivi, meno preparati”, in cui docenti raccontano della crescita delle diagnosi di disturbo da ansia sociale, “mai viste prima certificate dalle Asl”, in cui i presidi parlano di classi prime ingestibili e del fenomeno sempre più diffuso della dispersione scolastica. 

Ma cosa si intende con questo termine? La dispersione scolastica consiste nell’abbandono diretto o nella irregolare fruizione dei percorsi formativi e di studio dagli studenti in età scolare. Sono diversi i motivi per cui il sistema scolastico non viene apprezzato da una grande quantità di giovani italiani: sono, infatti, circa 70.000 gli studenti che meditano l’addio all’istruzione, senza dimenticare che nel 2021 l’Italia ha fatto registrare una delle più alte percentuali di dispersione scolastica, circa il 12,7% in tutta Europa, tra i ragazzi di età tra i 18 e i 24 anni. I dati evidenziano che la maggior parte degli studenti ad abbandonare sono uomini rispetto alle donne e in particolare sono stranieri non nati in Italia e che di conseguenza sentono meno appartenenza e interesse verso l’educazione e la cultura. Alcuni mollano lo studio per motivi personali, alcuni perché non si sentono correttamente orientati verso il proprio futuro; altri che, invece, subendo i postumi della pandemia, vivono un’ansia costante e uno stress lancinante, mentre altri ancora a causa di problemi economici e sociali si vedono costretti a lasciar perdere. Manca qualcosa, la scuola non è accattivante, non viene vista come una necessità, come un bisogno, come una fortuna, che alcune persone al mondo non hanno neanche, ma viene vista come un dovere, un noioso e opprimente dovere che si limita ad essere vissuto nell’arco dell’orario quotidiano per poi essere regolarmente e immediatamente cestinato dopo l’ultima campanella. 

L’intervista al Ministro Valditara al centro dell’inchiesta di Repubblica sulla scuola

Per cercare di contrastare la dispersione scolastica è sceso in campo il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che, inizialmente, ha emanato circolare per ribadire il divieto di utilizzo dei cellulari all’interno delle classi: “Stop all’uso dei cellulari in classe per garantire un ascolto senza distrazioni: non vieto il cellulare nella didattica ma voglio prevenire deviazioni sulle capacità di concentrazione e di memoria. Voglio una scuola seria, se l’insegnante spiega, lo si ascolta”. Quello degli smartphone si aggiunge sicuramente al calderone di problematiche riguardo alla superficialità e al poco interesse che rotea attorno all’istruzione; l’idea del ministro è quella di limitare al massimo il loro utilizzo escludendo casi di necessità o di scopo didattico a detta dei professori. 

Nei giorni successivi, in un’intervista rilasciata sempre a la Repubblica e raccolta da Ilaria Venturi, lo stesso Valditara è tornato a parlare dell’argomento proponendo un nuovo metodo di azione e di organizzazione per limare la percentuale dell’abbandono scolastico.

Il ministro ha risposto con un velo di preoccupazione ma con grande consapevolezza: “La scuola deve tornare un luogo di serenità, deve essere amica degli studenti.”, ha dichiarato Valditara, sottolineando che anche l’ambiente fisico ha la sua importanza: “Non si va volentieri in una scuola fatiscente. Un ambiente degradato già degradato è respingente. Ho già sbloccato i 710 milioni del PNRR più 1,2 miliardi sulla riqualificazione degli edifici”. Nell’intervista il ministro ha poi illustrato le novità rivolte a migliorare la condizione scolastica: innanzitutto l’introduzione di 30 ore di orientamento aggiuntive per incentivare un interesse verso percorsi di studio e di lavoro futuri e l’aumento di professori tutor specializzati per ogni classe. Il ministro sostiene poi che un’istruzione più definita, con un minor numero di elementi per classe possa risultare più producente rispetto a spiegazioni verso un pubblico ampio, soprattutto nelle zone più povere dell’Italia. Il titolare dell’Istruzione si ispira alle metodologie adottate dalle banlieue francesi affermando: ”Riguardo al dramma di coloro che abbandonano la scuola perché vive in contesti educativi di povertà penso che si debba agire con la forza. Penso a quanto realizzato in Francia con il sistema delle banlieue, infatti, incontrerò il ministro francese per parlare della formazione da loro adottata e per sperimentare anche nel nostro Paese lo schema di classi composte da massimo 10 studenti nei contesti più difficili.”

L’intenzione di Valditara è quella di ridurre e compattare gli studenti per classe, così da creare un benessere scolastico in modo generale e omogeneo e soprattutto composte per prevenire l’abbandono e casi sostenuti di bullismo. Conclude, infine, con un ulteriore rincaro all’utilizzo sbagliato dei telefoni in classe e con una promessa verso tutti i giovani e le famiglie: “Nonostante i tagli dovuti agli obiettivi dati dal governo dell’ex premier Draghi, abbiamo selezionato voci che impattano il meno possibili sulla scuola; continuerò a battermi per dare di più all’istruzione“.

Sul fronte-scuola non solo dichiarazioni governative, ma anche dell’opposizione a far sentire la propria voce negli ultimi giorni è stata anche Simona Malpezzi, presidente dei senatori del Pd, che in una lettera inviata al quotidiano Avvenire ha analizzato la situazione individuando diversi punti di contrasto rispetto al pensiero di Valditara. 

Innanzitutto ha ribadito l’importanza della scuola come non mero insegnamento didattico ma come un vero allenamento di vita per il futuro, trovandosi in disaccordo con il metodo di job emplacement (ossia di una scuola più rivolta al mercato del lavoro) del ministro poiché “la scuola dovrebbe essere orientativa fin dal primo giorno, un aiuto per scoprire i talenti, le potenzialità, quelle utili a realizzare i sogni di ognuno di loro, dovrebbe aiutare i più piccoli a capirsi e elaborare un proprio pensiero. La scuola può indirizzare alle professioni ma prima deve aiutare gli studenti a decodificare le proprie idee, a capire i fenomeni, ad avere gli strumenti per leggere la realtà, comprenderla anche nella capacità di interpretarne i simboli”. Secondo l’on. Malpezzi, infatti, la scuola è come una palestra dove ognuno deve imparare a esprimersi come più si sente, secondo personali caratteristiche e attitudini. Il secondo punto che l’esponente democratica ha toccato nella sua lettera è quello della felicità degli studenti. Inoltre, sottolinea quanto sia difficoltoso un argomento come la felicità in ambito scolastico, ma allo stesso tempo considera questa difficoltà direttamente proporzionale all’utilità di lavorare sul benessere fisico e mentale degli studenti come metodo per diminuire l’afflusso alla dispersione scolastica. Da ex insegnante quale la Malpezzi è, infine, sostiene quanto una contaminazione tra percorsi di studio e di formazione posso stimolare l’attenzione dei ragazzi e possa aiutare l’interazione tra di loro: “Non guardo con occhio nostalgico ma mi auguro che il ministro abbia il coraggio di agire questa sfida della dignità di percorsi e di compenetrazione di saperi, sul successo informativo. Che riguarda proprio l’aiutare i nostri ragazzi ad essere felici”.

L’intervento dell’on. Malpezzi su Avvenire

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