MONDIALI DI CALCIO: POLITICA E DIPLOMAZIA DEL PALLONE

Sport

DI MICHELE SAVOLDI – Politica e diplomazia non sono parole comunemente associate al mondo del calcio, eppure dietro a un mondiale, lontano dagli occhi dei tifosi, influiscono più queste che i gol fatti sul campo. In una conferenza online (link a fondo pagina), organizzata dalla Mondadori Università e intitolata “I Mondiali di calcio tra storia, politica e diplomazia“, Riccardo Brizzi, docente di storia contemporanea e di storia della comunicazione politica dell’Università di Bologna, e Nicola Sbetti, storico dello sport dell’ateneo emiliano e studioso del rapporto tra sport e politica internazionale, hanno parlato insieme allo scrittore e moderatore dell’incontro Jo Araf, delle tematiche diplomatiche riguardanti i mondiali che si stanno svolgendo in Qatar, osservando come queste siano cambiate nel tempo e confrontandole con quelle del primo campionato del mondo. 

L’edizione inaugurale del torneo è stata disputata in Uruguay, nel 1930, tra 13 nazioni del mondo. A favorire la scelta di quello che, ora come allora, era un Paese piccolissimo, furono principalmente scelte politiche e finanziarie, oltre che sportive. Furono sei infatti i Paesi che si candidarono per ospitare la manifestazione, cinque di questi europei e uno soltanto latino-americano: Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Ungheria e appunto Uruguay. Il fattore principale che favorì la scelta di quest’ultimo fu la crisi economica del 1929, anche conosciuta col nome di “Grande depressione”. Questa colpì gran parte delle nazioni del mondo, riducendo su scala globale produzione di beni, occupazione, redditi, salari, consumi e risparmi. Uno dei pochi Paesi che non ne risentì, fu proprio l’Uruguay, che apparve quindi come l’unico Stato in grado di sostenere in quel particolare momento storico le spese per ospitare la coppa del mondo.

Per quanto l’Uruguay fosse un piccolo Paese, sul campo da calcio si era già dimostrato e continuerà ad essere una potenza mondiale: vinse sei delle dodici edizioni del campionato sudamericano e il torneo di calcio delle olimpiadi di Parigi 1924 e di Amsterdam 1928. L’entusiasmo popolare provocato da questi immensi e ripetuti trionfi, fece comprendere una volta per tutte alla classe politica uruguayana il potenziale patriottico del calcio e la spinse quindi ad accettare di ospitare il torneo. 

Il mondiale del 1930 fu riconosciuto come la celebrazione del centenario dell’indipendenza uruguayana, da cui prese anche nome un celebre stadio che ospitò la maggior parte delle partite, tra cui la finale: lo “Stadio del Centenario” (tradotto dallo spagnolo “Estadio Centenario”).

Sono passati ben 92 anni da quel 1930, ma la coppa del mondo non ha affatto perso il suo prestigio, anzi: dal 20 novembre si sta disputando in Qatar la ventiduesima edizione del campionato mondiale di calcio, che come protagonisti, oltre ai grandi campioni sul campo, ha visto anche le controversie esterne ad esso annesse. 

Quella di Qatar 2022 infatti, è stata definita da Nicola Sbetti come un’edizione boicottata da tanti, con riferimento in particolare al fatto che il Qatar non sia un paese democratico e per questo la strumentalizzazione politica dell’evento da parte del governo Qatariota è stata più evidente, come fanno pensare anche i recentissimi casi di corruzione emersi in sede di parlamento europeo.

Gli obiettivi che il Qatar si è fissato al momento della sua elezione come nazione ospitante del torneo sono molteplici, tra i più rilevanti troviamo la volontà di accrescere il proprio prestigio internazionale (infatti è stato il primo Paese arabo ad aver ospitato un mondiale), accrescere la propria influenza globale e fare delle sue città un’importante meta di turismo.

Il cambiamento è evidente: se prima il mondiale veniva organizzato solo negli Stati che avevano il minimo del salario disponibile per le infrastrutture degli stadi, ora si va quasi a cercare “chi offre di più”. Quello in Qatar infatti, è stato il mondiale più costoso della storia, con una spesa totale di circa 220 miliardi di dollari nel corso dei dodici anni trascorsi dall’assegnazione del torneo, ossia quindici volte la cifra impiegata per il precedente, disputato in Russia nel 2018.


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