MANGUEL E LA LEZIONE DEL CAPITANO NEMO: “NON SIAMO SOLI”

Arte&Cultura

di MATTEO BOVARINI – Sono i libri a chiamarci e ad appartenerci da sempre, come rifletteva il piccolo Bastian ne “La Storia Infinita”, o siamo noi lettori a dar loro un senso?. Per Alberto Manguel, secondo ospite della scuola di lettura promossa della casa editrice Vita e Pensiero, la risposta è chiara: è colui che legge che dà vita a ciò che è stato scritto”. 

Un ingrediente per un buon libro, quindi, è prima di tutto un buon lettore. Lo scrittore argentino, amico di Jorge Borges, lo sa bene e ha provato a insegnarlo ai giovani dell’Università Cattolica, con la passione ed esperienza che lo contraddistinguono da sempre. Lo scorso 18 Novembre, infatti, i chiostri della sede di Milano dell’Ateneo hanno ospitato un altro grande pensatore, anagraficamente più lontano dai giovani rispetto ad Alessandro D’Avenia, ma non per questo altrettanto distante nelle parole e nelle riflessioni. Nato a Buenos Aires nel 1948, formatosi in Israele e vissuto in Argentina, Italia, Tahiti, Francia, New York e ora a Lisbona (città cui ha donato la sua biblioteca di 40mila volumi), Manguel, in un italiano colorito qui e là da espressioni spagnole e portoghesi, ha raccontato com’è nata la sua “affezione” per la lettura e le ragioni che l’hanno portato a scegliere per l’evento, fra tanti libri possibili, di parlare del romanzo di Jules Verne “Ventimila leghe sotto i mari”. 

“Ogni lettore ha libri che segnano i suoi primi passi. Banali o profondi, i libri della nostra infanzia diventano parte della nostra autobiografia. Molti sono esclusiva di un solo lettore, ma alcuni trascendono gli oceani”

“Ogni lettore ha libri che segnano i suoi primi passi. Banali o profondi, i libri della nostra infanzia diventano parte della nostra autobiografia, tratteggiano un ritratto di chi eravamo.” -ha spiegato l’autore argentino- “Molti sono esclusiva di un solo lettore, ma alcuni trascendono gli oceani e costruiscono il patrimonio dei bambini. Tra questi ci sono i romanzi di Jules Verne e il suo “Ventimila leghe sotto i mari””. 

Una passione per i libri, la sua, che lo riporta direttamente a quelli dell’infanzia, i suoi “compagni di giochi”, con i suoi protagonisti, tra cui si possono trovare Pinocchio, “il burattino che aspira alla condizione umana”, la “servizievole Jo di “Piccole donne””, gli eroi del libro “Cuore” di De Amicis, che  “con dedizione e coraggio difendono l’onore della patria o solcano il mare alla ricerca della madre perduta”. Presto, però questi eroi – “tutti bene educati, obbedienti e responsabili” – cedono il posto a personaggi avventurosi, anarchici e ribelli”. Tra loro ci sono  “l’audace Sandokan,  il perfido Batman, il tossicodipendente Sherlock Holmes”. “Mi seducevano e mi seducono tuttora“, ha ammesso francamente Manguel, “I loro trucchi nascondevano strategie per sopravvivere in un mondo che già negli anni Sessanta mi sembrava spietato“.

Successivamente, ha continuato lo scrittore argentino, vennero le letture delle grandi avventure di “Alice nel paese delle meraviglie” e de “L’Isola del tesoro”. “Né Carrol né Stevenson si sarebbero stupiti di scoprire che i loro racconti erano state le mie prime lezioni di anarchia legittime“. Il contrario di quello che avviene oggi. Questo perché, ha lamentato Manguel, “il sano piacere del proibito e altre cose essenziali sono state smascherate dal mondo del commercio“. E così la letteratura dell’infanzia è diventata oggetto di consumo, insignificante, offensiva e scontata. Si è perso, insomma, quel bisogno di “avventura” che sin dall’antichità ha caratterizzato l’essere umano e le nostre società. 

“Noi umani siamo animali migranti, condannati a vagare. Qualcosa ci attrae verso l’altro lato del giardino, del fiume, della montagna” 

Noi umani siamo animali migranti, condannati a vagare. Qualcosa ci attrae verso l’altro lato del giardino, del fiume, della montagna. Dante l’aveva compreso e per questo aveva donato a Ulisse un ultimo viaggio che lo avrebbe portato a proseguire la sua avventura“. Questo è il dramma del capitano Nemo, un personaggio meticolosamente descritto da Verne. Un uomo che, afferma Manguel, racchiude in sé mille contrasti e compromessi. Burbero, dai profondi occhi neri, alto, con un torace ampio, ma allo stesso tempo denti perfetti e mani affusolate che si addicono a un animo nobile e appassionato. Ha una smisurata passione per i libri. Possiede una vasta biblioteca composta da 12 mila volumi, ma contraddistinta da tre caratteristiche: è priva di testi di economia politica, l’ordine dei suoi libri è arbitrario, non presenta scritti nuovi. Crede nell’immaginazione e nella curiosità dell’essere umano, ne ha a cuore la libertà, ma ne detesta gli eccessi come l’avidità e la tirannide. Altro non è se non “il precursore di quegli anarchici violenti del XIX secolo, il cui pensiero si tradusse in guerra e bombe“.

Il capitano Nemo è un ribelle universale che cerca nella solitudine e nell’anarchia la risposta alla propria insoddisfazione per una società ingiusta e violenta. Come dice lui stesso al professor Arronax, “sarò ricordato come un grande criminale. Io sono la legge, io sono il tribunale“. Dunque,  “Nemo era una risposta alla violenza della sua epoca“.

In fondo, fa riflettere Manguel, il protagonista di “Ventimila leghe sotto i mari” è un emblema del nostro tempo: “Dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, stiamo assistendo al fascismo che riprende vita. La democrazia lotta per sopravvivere ma rischia di soccombere“. E cosa farebbe Nemo se vivesse in questa epoca? Secondo lo scrittore argentino si troverebbe a dover scegliere fra tre opzioni: “Potrebbe lasciarsi alle spalle la sua biblioteca e accettare l’educazione della stupidità che i governi vogliono imporre; potrebbe ignorare l’insegnamento dei suoi libri e abbandonarsi alla violenza; potrebbe provare a immaginare una strategia per portare gli esseri umani nel regno della ragione contro l’avidità materiale e lo spargimento di sangue per porre fine al nostro isolamento“.

Qual è la morale, allora? Perché dobbiamo ricordarci che “non siamo soli”? Nemo sa che una lotta contro le leggi è una lotta per la sopravvivenza. Ma impiega una “strategia errata”. Infatti, la “distruzione delle nostre democrazie”, pur se non perfette e comunque “le migliori che finora siamo riusciti a concepire”, non comporterà “la morte del fascismo”. Se “vogliamo sopravvivere dobbiamo pensare, agire collettivamente e trovare il modo di dialogare“. Anche con il nemico, contrastando così “l’impulso al suicidio con l’impulso alla vita“.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *