LOTTA E RAGIONE: DONNE E DIRITTI UMANI

FuoriLiceo

di ALICE GEREVINI –Solo quando l’ultimo prigioniero di coscienza sarà liberato, quando l’ultima camera di tortura verrà chiusa, quando la dichiarazione universale dei diritti umani sarà reale per tutto il mondo allora il nostro lavoro sarà finito”:. è questa la sintesi del pensiero di Peter Benenson, fondatore di Amnesty International, che prima di essere un’associazione non governativa è un movimento di persone che hanno a cuore i diritti umani. Nasce nel 1961 ed è indipendente dai governi e dai partiti politici. La sera del 18 novembre Riccardo Noury, autore di libri riguardanti la violazione di diritti umani e portavoce italiano di Amnesty International, ha tenuto un incontro, organizzato dal Gruppo 288 di Amnesty International, nella Sala della Società Filodrammatica (piazza del Filo 2) in cui ha presentato il suo libro “La stessa lotta la stessa ragione”, in cui racconta la storia di 27 donne che non si sono piegate alla negazione dei diritti umani, collegandosi alla situazione islamica attuale.

Noury, classe 63, è un autore e coautore romano di libri sulla tortura, sulla pena di morte e sulla negazione dei diritti umani come ‘Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento’, ‘Srebrenica. La giustizia negata’, ‘Molla chi boia. La lenta fine della pena di morte negli Stati Uniti d’America’, racconta che ciò che l’ha spinto a scrivere è stato “un primo sguardo d’insieme al forte e coraggioso attivismo realizzato dai difensori dei diritti umani del 2019”. Ha deciso di essere la voce di un insieme di donne, di ragazze che hanno lottato: “La stessa lotta la stessa ragione” è un omaggio a loro, un inno alla libertà e al coraggio. L’ambiente in cui lo scrittore è cresciuto, una Roma degli anni 70, è stato caratterizzato da un periodo di grande violenza politica, in cui si affermavano dei movimenti espressione dei paesi latino-americani che manifestavano per le sparizioni di persone che erano scomparse per motivi politici o perché considerate antigovernativi, conosciute come desaparecidos, in Argentina, Cile e Uruguay. Racconta di come vedere, quasi per la prima volta, movimenti per i diritti umani di cui facevano parte numerose donne che portavano dei fazzoletti bianchi e si radunavano sotto l’ambasciata argentina a Roma per chiedere dove fossero i loro cari abbia influenzato notevolmente la sua vita. Spiega che questa immagine la ritrova oggi, ad Istanbul, dove dagli anni 90, ogni sabato, madri e donne manifestano nel centro della città. “Quindi quella scena di una protesta dolorosa credo sia stata un po’ l’inizio. Oggi però i social consentono di far circolare informazioni, foto, realtà, mobilitare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile per una causa specifica e i risultati arrivano”.

Riccardo Noury con una rappresentante di Amnesty

Lo scrittore ha spiegato come parlare di genocidio abbia cambiato la visione dei crimini degli stati islamici: “Il fatto di poter definire genocidio questo evento permette di rendere giustizia, dando un nome vero, a chi ne è rimasto coinvolto perdendo la vita; infatti, una volta che un genocidio (il più grande crimine verso i diritti umani e internazionali) viene riconosciuto, ogni stato può esercitare il principio della giurisdizione universale, che consente a chi aderisce di processare i presunti colpevoli nei propri tribunali, indipendentemente dalla loro nazionalità o dal luogo in cui il crimine è stato commesso: “è una forma di giustizia parziale riconoscere a chi ha subito un crimine che quel crimine sia chiamato in quel modo”. 

Noury ha poi riportato la storia di Mahsa Amini, ragazza uccisa da parte della polizia morale del Tehran, Iran, un gruppo di agenti che si occupa di controllare che il velo sia indossato correttamente e che i vestiti non siano sufficientemente modesti, che ha portato ad una violentissima rivolta: la giovane si trovava in vacanza a Teheran dove è stata prelevata da agenti di questo reparto speciale che l’hanno tenuta per tre giorni in rieducazione fino a che non è morta. “La discriminazione nei confronti delle donne è coetanea in iran con l’arrivo della repubblica islamica del ‘79, la legge che obbliga ad indossare il velo nei luoghi pubblici e che vale anche per le bambine dai 9 anni in poi è stata emanta in quello stesso anno e ha accompagnato per quasi mezzo secolo la vita, opprimendola, di milioni e milioni di donne che ciclicamente hanno preso il coraggio e hanno protestato”. Mahsa non è la prima donna ad essere stata uccisa da questo regime, ma la differenza, che è quella che ha portato a una enorme rivolta, anche mediatica, è che Amini non era una attivista, una rivoluzionaria, ma era una ragazza comune e questo ha fatto scattare in milioni di persone una identificazione: “è una protesta nuova perché si tratta di una protesta intergenerazionale; è una protesta nuova, ma la repressione è vecchia: sparare per fare male, per uccidere”, ha spiegato Noury. La protesta intanto continua e ogni morte porta più persone in piazza: non si conosce l’esito che la rivolta potrebbe prendere, potrebbe avere uno sviluppo importante come rivolta spontanea o potrebbe essere repressa nel sangue: “Io credo soltanto”, ha concluso lo scrittore, “che solo se si da una leadership femminile e una prospettiva femminista questa rivolta avrà successo; il rischio è che se queste due sono assenti l’esito sia negativo”.

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