“NON C’È VITA SENZA UNA STORIA DA RACCONTARE”

FuoriLiceo
Ivan Scaratti, Direttore Generale di Fondazione Germani, con il dott. Piccioni

di ALICE GEREVINI –Apro gli occhi e come a tutti i pazienti che si risvegliano dal coma mi viene chiesto che giorno fosse Rispondo che oggi è il 25 ottobre del 2001, peccato che fosse il 31 maggio del 2013. Dodici anni della mia vita completamente scomparsi”. Pierdante Piccioni, medico e docente universitario, ha lavorato come primario del pronto soccorso dell’ospedale maggiore di Lodi e come docente universitario all’università degli studi di Pavia. Mercoledì 20 settembre nella RSA di Cingia de Botti, una struttura sociosanitaria residenziale dedicata ad anziani non autosufficienti, il dottore (a cui è ispirata la serie televisiva “Doc – nelle tue mani”) ha raccontato la sua storia in occasione dell’evento BarLume, uno spazio d’incontro per i residenti nelle RSA e nuclei della Fondazione, per i loro familiari, per gli operatori e per tutti quanti vogliano approfondire e arricchire la cultura del prendersi cura delle persone anziane. A causa di un incidente, avvenuto nel 2013, il dottor Piccioni (conosciuto anche come dottor Amnesia) ha perso i ricordi degli ultimi dodici anni: la sua ultima memoria era il giorno dell’ottavo compleanno del figlio Tommaso, che però il giorno dello schianto aveva vent’anni. “Dopo essermi svegliato mi hanno chiesto se avessi voluto vedere i miei figli; inizialmente ho pensato ‘ma questi sono scemi, i miei figli hanno 8 e 11 anni e fanno vedere il papà in codice rosso con il catetere, il monitor… perché io mi immaginavo Filippo dell’estate del 1999 con il suo micio, invece mi si presenta un armadio a tre ante con la barba”.  

Durante il suo discorso, il dottore ha più volte ricordato quanto sia doloroso per un padre perdere i ricordi di vita dei suoi figli: le prime esperienze, i cambiamenti, la crescita…tutto sparito. “Cosa mi ha aiutato tantissimo? La musica. Sapete come ho cominciato a riparlare con i miei figli? Tramite Guccini; perché ero talmente appassionato della sua musica che avevo insegnato loro le sue canzoni e allora le cantavamo insieme: papà e figli che cantano insieme le canzoni per ritrovare un unione. La musica funziona tantissimo, io ogni tanto ci penso, è l’unico linguaggio che capiscono tutti”. 

Successivamente Pierdante ha iniziato un lungo cammino di riabilitazione fisica e cognitiva: all’inizio gli era stata proposta la pensione di invalidità, perché nessun medico avrebbe curato con un buco di memoria degli ultimi dodici anni di medicina: “Mi sentivo come un indiano dell’Amazzonia messo a New York la notte di capodanno, ero fuori contesto, fuori dal mondo. Allora insieme alla riabilitazione ho fatto anche un percorso di writing therapy… perché si è capito che la scrittura funziona, raccontare le storie migliora la qualità della vita”.

Del dottor Piccioni, autore di diversi libri, colpisce molto lo spirito allegro e determinato; ha raccontato quelle esperienze che gli permettono di vedere il mondo della medicina diversamente da come lo vedeva il giorno dell’incidente: “Io sono diventato subito un paziente… cioè un disubbidiente. Quando mi mandarono in reparto io e il mio compagno di rianimazione avevamo la stanza con il bagno.  Avevo l’inibizione a muovermi, perché se fossi caduto mi sarei fatto male; mentre c’erano le infermiere ero bravo e carino, poi aspettavo che facessero il giro e dicevo a Giovanni, che poteva scendere dal letto, di farmi il palo e poi mi alzavo. Ricordo benissimo di quando volevo specchiarmi per la prima volta dopo il coma, ma nel nostro bagno lo specchio non c’era. Delusione assoluta. Al pomeriggio lo abbiamo fatto aggiungere e quando mi sono visto a momenti svenivo… il titolo del primo libro doveva essere ‘se mi fossi incontrato non mi sarei riconosciuto’. Ero completamente un’altra persona”. 

Quando non abbiamo una storia da raccontare, la nostra vita non c’è

Pierdante piccioni

Elena Lucchi, psicologa Consulente di Fondazione Germani e per il Nucleo Alzheimer, è poi intervenuta riprendendo le parole del dottore, collegandosi al tema dell’Alzheimer, al quale è collegato un reparto importante della RSA: “Quando non abbiamo una storia da raccontare la nostra vita non c’è; accanto a noi abbiamo però tante persone che la possono raccontare. Io credo che nella malattia di Alzheimer sia questa la chiave: le persone che abbiamo accanto ricostruiscono la nostra vita, aiutandoci a viverla. Abbiamo quindi bisogno degli altri, questo vale per tutti gli anni di memoria che ci mancano, i ricordi che perdiamo, se abbiamo accanto qualcuno, non che ci faccia tornare quelli di prima, ma che ci ama per come siamo adesso allora sì che possiamo vivere una vita bella e piena”. 

Il dottore ha concluso aggiungendo un’importante sfumatura linguistica: “Ho trovato persone, la prima volta che me lo hanno detto ho pianto, che mi hanno detto ‘doc debbo restituirle un ricordo’. Hanno usato il termine “restituire” perché tu ai tuoi pazienti restituisci qualche cosa, è come se tu rendessi ciò che loro manca ed è bellissimo”.

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