UNA VITA DA ARBITRO, TRA PASSIONE E SACRIFICI

Sport

di FILIPPO GIAZZI – Mentre questa estate italiana “tropicale” trascorre velocissima, regalando gli ultimi momenti di vacanza, ci si avvicina sempre di più a settembre: all’inizio della scuola, all’inizio di nuovi progetti lavorativi e per gli amanti dello sport (e in particolare del calcio) al via di una nuova stagione calcistica. Anche i campionati giovanili, dopo la crisi legata al Covid-19 dei due anni precedenti, sembrano essersi ripresi per regalare tante emozioni sia ai sostenitori che ai giocatori. La maggior parte delle squadre hanno iniziato la preparazione atletica in vista delle gare ufficiali, ma non solo i giocatori stanno faticando sui campi per trovare la condizione fisica migliore: sarà l’anno di un nuovo inizio per tutto il calcio di giovanile, ma anche per coloro che le partite le vivono più vicine di tutti, gli arbitri. “Ricorda che ci sono arbitri chiamati angeli che tu ci creda o no”, così canta Bresh, nome d’arte di Andrea Brasi, rapper e cantautore genovese grande appassionato di calcio, che nel suo brano “Non ho eroi” descrive così la figura dell’arbitro, una figura fondamentale alla quale spesso non viene conferita la giusta importanza che gli spetta.

Ma cosa spinge una persona a diventare un arbitro professionista? 

“E’ un’esperienza gratificante che ti permette di vivere il vero significato dello sport” 

Così si racconta a Terza Pagina Angelo Lotito, arbitro della sezione di Cremona e militante in Serie D. Angelo è un ragazzo di 26 anni che ha una grande passione, il calcio, che nonostante le difficoltà, il lavoro, gli spostamenti porta avanti sempre con tanta energia da circa 9 anni. Il suo percorso nel mondo del pallone inizia all’età di 11 anni con la squadra del Torrazzo e prosegue fino ai 17.

“Il mio amore per l’arbitraggio è iniziato da ragazzo ed è iniziato quasi per caso, principalmente per poter vedere gratuitamente le partite allo stadio.”, ci racconta, “Ma dopo ogni allenamento, dopo ogni minuto passato in partita mi sono sempre più appassionato a questa professione”.  

Un amore “dove i cuori battono all’unisono”, nato dal caso ma diventato imprescindibile, come quello vissuto dai due protagonisti nel film “Jane Eire”, capolavoro tratto dal romanzo omonimo della scrittrice britannica Emily Brontë.

Gli occhi del pubblico sono tutti puntati sul pallone e i giocatori, ma in campo anche il direttore di gara corre dal primo al novantesimo minuto, anche se di lui ci si accorge solo quando fischia. Gli atleti in campo in realtà non sono 22, ma 23…quanto è faticoso sia mentalmente sia fisicamente essere un arbitro professionista?

E’ una professione dove nessuno ti regala niente, richiede molti sacrifici, tanta passione, tanta tenacia, ma che ti ridà indietro altrettanto: la soddisfazione dopo aver arbitrato bene una partita, vivere con serenità i momenti nello spogliatoio e i momenti salienti del match, sono sensazioni impagabili che solo chi le vive può comprendere”.

Angelo per poter mantenere il ritmo dei match anche gli arbitri necessitano di un programma di allenamento ben bilanciato. Come e quanto si allena un arbitro del tuo livello?

“Gli arbitri che devono arbitrare in categorie abbastanza elevate solitamente si allenano come una squadra di calcio normale, quindi cinque allenamenti a settimana e la partita o il sabato o la domenica. Gli allenamenti consistono principalmente in sedute di cardio: tanta corsa e cambi di direzione per allenare il fiato ed essere pronti a ogni possibile ribaltamento di fronte durante una partita”.

Come anche per i giocatori ci sono momenti difficili, momenti in cui ci si sente persi, sbagliati e fuori luogo, momenti in cui si pensa di mollare, anche i più grandi nella storia dello sport li hanno avuti. Tu personalmente hai mai vissuto momenti in cui hai pensato di cambiare completamente strada?

“Ad ognuno di noi capita di avere momenti scoraggianti che ti possano far pensare ⟪Perché lo sto facendo?⟫ però bisogna sempre rialzarsi e continuare per quello in cui credete. Quello che ho intrapreso io è un percorso lungo che richiede tanti sacrifici, ma che dal mio punto di vista è estremamente appagante”.

Quella dell’arbitro è sicuramente una delle professioni più criticate e più discusse anche dai meno esperti. Spesso si parla di un metodo di arbitraggio migliore di un altro, alcuni sono sostenitori degli arbitri “dal pugno di ferro” altri di quelli più amichevoli e empatici con i giocatori e con il pubblico, tu come la vedi? Hai un metodo di arbitraggio particolare o ti adatti al tipo di partita?

“Sicuramente un buon arbitro necessita di una rapida capacità nell’adattarsi ai momenti della partita. Solitamente cerco di trovare il dialogo con i giocatori e di mantenere un clima sereno tra le due squadre. Non c’è un metodo giusto o uno sbagliato. CI sono magari arbitri che sono più empatici altri magari che invece creano una sorta di terrore e di austerità attorno alla loro figura. Ogni arbitro ha la propria chiave per arbitrare che con il tempo migliora”.

Ultima domanda: qual è l’insegnamento più grande che hai imparato in questi anni di sacrifici e passione?

“Essere arbitro mi ha accompagnato nella mia crescita personale, è una parte di me insostituibile che mi ha aiutato a prendermi le mie responsabilità e a fare scelte sia ponderate sia con l’istinto. Essere arbitro non è solo una professione: è un percorso di vita”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.