I DISTURBI ALIMENTARI: MOSTRI INVISIBILI CHE DIVORANO VITE

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di FRANCESCA GALIMBERTI – Portare a termine un libro di questo tipo è difficile, come proseguire la lettura capitolo dopo capitolo, ed è ancora più complicato trovare le parole adatte per trattare di un argomento tanto attuale quanto delicato.

I disturbi alimentari interessano molte più persone di quelle che si possa pensare, in particolare gli adolescenti, e Agnese Buonomo nel suo libro “La famiglia divorata” racconta alcune storie di famiglie segnate in modo indelebile da questi “mostri”. L’autrice nasce a Varese nel 1968. Negli anni Novanta inizia a lavorare per la Rai, collaborando anche con diversi quotidiani e settimanali. Dal 1997 entra a far parte della famiglia Mediaset e dal 2010 lavora a NewsMediaset, oltre ad essere vice caporedattrice di Studio Aperto. “La famiglia divorata” è stato pubblicato il 13 settembre 2021 da Ugo Mursia Editore, conta meno di 150 pagine ed è disponibile in formato cartaceo, ma anche digitale.

Agnese Buonomo e la copertina del suo libro

«Relazionarsi con un malato di disturbi alimentari è come camminare su un campo minato. Se non conosci a perfezione l’esatta posizione delle mine che cambia ogni giorno, imprevedibile, irregolare, salti per aria», parole forti queste di Agnese Buonomo, motivate dal fatto che lei stessa ha dovuto convivere con questa malattia che l’ha colpita da vicino.

All’interno del libro ci sono dodici storie, differenti tra loro, tutte cariche di emozioni contrastanti che trapelano da ogni singola frase. Convivere con un disturbo alimentare è la prova più dura che una famiglia possa affrontare, accettare la malattia e provare a uscirne è una sfida contro il tempo e la logica e riesce a mettere in luce ogni singola debolezza.

È indubbiamente un libro “pesante”, emotivamente parlando, che ti dà modo di entrare in queste storie, quasi come se le stessi vivendo in prima persona. Ogni parola, ogni pensiero, ogni capitolo sono un colpo in pieno petto, ma allo stesso tempo permettono di capire cos’è la vera sofferenza, il dolore nel vedere il proprio figlio o figlia, fratello o sorella, amico o amica spegnersi, lasciarsi andare e farsi divorare sia dentro che fuori da questo mostro invisibile.

Illustrazione di Ilaria Gasperotti

È difficile vedere la luce in fondo al tunnel quando si parla di queste patologie, alle volte è necessario prendere tante strade sbagliate prima di trovare quella giusta, con la consapevolezza di non avere comunque alcuna certezza, con la speranza che vada tutto bene, ma anche il terrore che possa andare tutto male.

Questo libro è un viaggio attraverso gli occhi di dodici famiglie e degli amici delle vittime di queste malattie: «Quando una figlia o un figlio si ammalano di un disturbo del comportamento alimentare, è come se l’intera famiglia fosse investita da uno tsunami. Non esiste più nulla, tutto ruota attorno alla malattia», scrive ancora una volta l’autrice, tendendo la mano a tutte quelle famiglie che soffrono a causa di queste patologie, a quelle che si sentono sole, a quelle che ancora non sanno quasi nulla, ma soprattutto a quelle che non hanno il coraggio di chiedere aiuto.

Ogni storia all’interno del libro meriterebbe di essere letta o ascoltata da chiunque, perché poche persone ancora oggi si rendono conto davvero di quanto gravose, a livello umano, siano patologie di questo genere. Tra queste la storia di Lea, una ragazza appena maggiorenne con tanti sogni per la testa e con l’obiettivo di lasciarsi alle spalle le scuole superiori per iniziare la vita vera, quella da adulta.

Illustrazione di Ilaria Gasperotti

La storia di Lea è la prima del libro e sono proprio la madre e il padre, Rafaela e Tommaso, a presentarla. «Quando Lea ha iniziato a soffrire di anoressia e bulimia sono cominciate le liti, le discussioni continue, le urla. In casa nostra non c’è stata più pace. Cercavo di parlare, a volte con calma, a volte con le minacce. Pensavo che prendendola a male parole avrebbe capito che era ora di smetterla con quella «scemenza», come la chiamavo io, ignorando allora che incubo di malattia fosse. Un genitore non sa come comportarsi, sei terrorizzato, ti manca la terra sotto i piedi. Lea è morta a 20 anni, il 6 giugno 2020, due settimane dopo il suo compleanno. Mancavano pochi giorni alla maturità. Il cuore di Lea non ha retto».

Lea, e tante ragazze come lei, non ce l’ha fatta: ha iniziato a non vivere più fino a farsi risucchiare completamente da questo vortice, un vortice potentissimo che ti trascina sul fondo con tutta la forza possibile e non ti permette di risalire. Sentire racconti di genitori con figli a malapena adolescenti che sono stati spenti da un mostro che si è insinuato dentro di loro è straziante. Immaginare la voce spezzata, rotta di una madre o di un padre mentre racconta la storia di ciò che era e rimarrà sempre la parte più importante ma dolorosa della sua vita, lascia letteralmente un vuoto dentro, un vuoto difficile da colmare.

L’ultima storia raccontata all’interno del libro è differente dalle altre: la persona colpita dalla malattia è Roberta, una donna appena sopra la cinquantina, che racconta in prima persona la sua storia e di come suo marito Maurizio e i suoi figli Camilla e Daniele le hanno ceduto la loro forza per continuare a vivere e soprattutto hanno condiviso con lei ogni istante di quel tremendo incubo, un incubo con un finale del tutto inaspettato ma che può donare un po’ di speranza a tutti. Roberta ce l’ha fatta, grazie all’amore incondizionato che ha ricevuto da tutta la sua famiglia, e conclude, riferendosi con orgoglio ai suoi figli: «Sono riusciti a trasformare il dolore in risorsa e questa è per me la forza più grande».

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