RAGAZZI E COVID: IL BILANCIO ISTAT DOPO LA PANDEMIA

FuoriLiceo

di VALERIO LAZZARI – Cosa racconteranno gli adulti di domani, quelli che oggi hanno vissuto la pandemia da adolescenti? Cosa diranno ai loro figli quando si sentiranno dire “Non voglio andare a scuola”? Forse risponderanno: “Noi l’abbiamo provato sulla nostra pelle e possiamo assicurare che non ne vale la pena”. Proprio così, i dati parlano chiaro. L’ ultima ricerca dell’Istat sugli effetti del dopo pandemia nei ragazzi, svolta su circa 41 mila studenti (30 mila con cittadinanza italiana, il resto di cittadinanza straniera) che frequentano scuole secondarie di primo e secondo grado nell’anno scolastico 2020/2021, ha mostrato dati allarmanti che permettono una seria analisi della situazione che si è vissuta e su quello che ci si attende nei prossimi anni. 

I ragazzi hanno sperimentato una modalità nuova di vivere l’apprendimento. Si parla circa del 98,7% del totale, pari a oltre 4 milioni e 220 mila studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Il 70,2% di loro ha mostrato fatica nel vivere la didattica tra le mura domestiche e il 49% non ha sentito sufficiente il contatto con gli amici solo attraverso i social. È mancata una stretta di mano, una pacca sulla spalla, una partita a calcetto con i compagni nel cortile della scuola. È mancato quel contatto umano che un telefono non può dare. Per quanto apprezzato e quasi indispensabile il touch del cellulare non potrà mai sostituire una vera stretta di mano con l’amico di sempre e la pandemia ce ne ha dato conferma. 

Si è notato poi che i social non hanno bisogno solo di semplice spontaneità per creare un dialogo, sembra una banalità, ma è necessario un buon collegamento ad internet. Anche per questo sono emerse difficoltà non indifferenti, soprattutto per poter seguire da casa le lezioni: il 50,9% dei ragazzi dichiara di non avere una connessione stabile, ciò non aiuta con la partecipazione alle lezioni e il normale apprendimento della materia. Tale dato lo si rileva maggiormente negli studenti stranieri e residenti nelle zone del centro-sud della penisola. 

Il messaggio che i ragazzi lanciano è chiaro: “Preferiamo stare tra i banchi di scuola”. Solo il 12% degli studenti preferisce infatti rimanere alla scrivania della propria stanza o al tavolo in cucina, per il 20% invece è indifferente un tipo di didattica rispetto all’altra. Chiedendo poi ad alcuni ragazzi cosa è pesato di più, la risposta è stata, senza esitazione,: la quarantena. Se fino a ieri ci si sentiva invincibili, “immuni”, capaci di affrontare ogni prova e vincere ogni sfida, ci si è oggi accorti che le quattro mura di casa hanno vinto. Ci si è resi conto che il giardino di casa, quello che prima era un semplice luogo di passaggio per andare fuori, è diventato l’unico “fuori” a nostra disposizione “dentro”. Le video lezioni, è vero, hanno aiutato a riempire un po’ il tempo, ma il vicino di banco, quello con il quale si potevano fare due chiacchiere o un commento sull’abbigliamento della prof di italiano, non c’era. La monotonia e l’assenza delle solite attività hanno ribaltato il normale ciclo delle giornate. 

Per quanto riguarda il mondo dello sport, non solo esso ha vissuto un momento di seria difficoltà economica durante la pandemia, ma anche l’assenza della normale pratica sportiva è mancata ai ragazzi: circa al 43% degli italiani e al 36% degli stranieri. Cos’altro vi è mancato? Anche qui la risposta arriva senza troppi tentennamenti: “L’andare in discoteca, trovarsi al parchetto con gli amici e fermarsi dopo scuola a fare due chiacchiere”. 

Emerge inoltre che il viaggiare è stata l’attività che è mancata di più ai ragazzi, per la precisione al 51% degli intervistati. Al 49% ha pesato l’impossibilità di uscire con gli amici e il 48% ha sentito la mancanza di feste con gli amici e aperitivi. E i dirigenti scolastici cosa ci dicono? Le risposte sono diverse tra loro. La più sostenuta (63,4%) è che l’apprendimento durante la pandemia sia stato penalizzante solo per alcuni ragazzi. Il 29,8% ritiene invece che sia stato discriminate per tutti, infine il 6,7% crede che la pandemia non abbia avuto effetti negativi sulla ricezione delle nozioni. 

“Si impara soffrendo”, sosteneva il drammaturgo Eschilo, vissuto tra il 525 e il 456 a.c. Cosa apprendere allora da questa situazione? Cosa possiamo imparare dalla didattica a distanza? Anche in questo caso le idee sono differenti. Il 31,5% vorrebbe che dopo la pandemia la didattica rimanesse a distanza. Differente è la visione tra i dirigenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nel primo caso solo il 22,9% manterrebbe parte della didattica a distanza, mentre nel secondo caso arriviamo al 41,4%. A livello generale, il 93,5% dei dirigenti auspica comunque un maggior utilizzo dei “materiali digitali”, come ad esempio biblioteche online, filmati e altro materiale di facile reperibilità. Inoltre, l’82% preferisce i colloqui con i genitori nella modalità online e il 78,5% vorrebbe mantenere anche collegi docenti e riunioni in remoto. 

La modalità di fare scuola durante la pandemia ha dovuto passare diversi mutamenti. Se nel pre-pandemia la didattica era in presenza, si è poi passati ad una didattica a distanza (DAD), ovvero un modello di scuola che non vede la co-presenza del docente in aula ma gli studenti sono collegati da luoghi differenti attraverso dispositivi tecnologici. Con l’abbassamento dei contagi si è poi passati alla didattica digitale integrata (DID), un riavvio prudente verso una normalità, con la possibilità di momenti alternati in presenza e on-line. Per approdare poi ad una didattica alternativa, ovvero una modalità diversa di fare scuola, attraverso una partecipazione attiva degli alunni nella preparazione della lezione, valorizzando anche le diverse risorse digitali. La resilienza, tanto proclamata e citata soprattutto nei talk-show televisivi, si è provato quindi ad attuarla in ambito scolastico e non solo; i giovani studenti così come le loro famiglie hanno provato a reinventare lo spazio e il tempo che, non senza fatica, erano chiamati ad abitare. I balconi sono diventati palchetti di un teatro aperto sul mondo, i dispositivi digitali hanno permesso un minimo di rapporto per non rompere legami magari nati da poco, la televisione in alcuni casi è venuta in aiuto per chi soprattutto aveva figli più piccoli. Tutto questo però non ha appagato del tutto: il contatto umano, alle volte ancora temuto, mostra quanto l’uomo abbia bisogno di relazioni in “presenza” e la parola “distanza”, che durante la pandemia si è affiancata ad altri termini, sarà solo una delle tante che un domani saremo chiamati a raccontare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.