SE DALLA MORTE PUÒ NASCERE BELLEZZA

Che Spettacolo! Editoriali

di PATRIZIO PAVESI – Per chi, come me, è per formazione e tradizione più cinofilo che cinefilo, può essere frequente affidarsi alla fortuna quando si tratta di scegliere un film con cui passare la serata. Certo, ognuno di noi ha un genere preferito oppure si fa guidare dal cast o dal regista. O ancora sceglie la pellicola in base al titolo o a qualche recensione pescata online. Tutti criteri ugualmente validi, tutti criteri ugualmente fallibili.

Ecco perché credo che il consiglio di qualcuno che magari ha già visto quel film e ne è rimasto entusiasta possa essere la carta giusta, con il salvagente di poter sempre rinfacciare all’amico di averci dato un pessimo consiglio.

Per quanto lontano dalla mia tipologia classica, qualche settimana fa mi sono fatto convincere da un suggerimento a guardare un film “psicologico” dal titolo di primo acchito indecifrabile.

Will Smith nei panni del pubblicitario Howard Inlet

Collateral Beauty” è una pellicola del 2016 in cui David Frankel (Il diavolo veste Prada; Io&Marley) dirige un super cast: Keira Knightley, Kate Winslet, Edward Norton ma soprattutto Will Smith, che nella pellicola non mena come sul palco dell’Oscar, ma anzi riceve una serie di colpi dalla vita che lo mettono ko. Un colpo solo, in realtà, ma molto ben assestato: la morte della figlia di 6 anni, uccisa da un cancro incurabile.

Il film ruota intorno a tre parole chiave che Howard, il protagonista (un uomo carismatico, solare e geniale, alla guida di un’affermata agenzia pubblicitaria), pronuncia di fronte allo staff in un discorso programmatico di grande intensità, come sarà il resto della storia: “Amore tempo morte: queste tre astrazioni collegano ogni singolo essere umano sulla terra.”, dice davanti ai suoi collaboratori, “Ogni cosa che vogliamo, ogni cosa che abbiamo paura di non avere, ogni cosa che alla fine decidiamo di comprare è perché in realtà, a conti fatti, noi desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte. Amore, tempo, morte”.

Amore tempo morte: queste tre astrazioni collegano ogni singolo essere umano sulla terra perché in realtà, a conti fatti, noi desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte”

Howard Inlet (Will Smith)

La vicenda di Howard, trasfigurato da una perdita inconsolabile, si intreccia con quella dei suoi tre soci, che cercano senza successo (personale e professionale) di tenere in piedi la sua e le loro vite. E mentre il regista ci porta ad addentrarci nei timori, nelle debolezze, nei desideri dei personaggi, si fa strada una domanda…cos’è la “Collateral Beauty” di cui si parla nel titolo?

L’aggettivo “collaterale” mal si accosta a un termine come “bellezza”: siamo abituati a sentirlo accanto a “danno” o a “effetto”, come quelli causati dall’esplosione di una bomba fuori bersaglio o dall’uso di un farmaco…insomma, un ambito non propriamente positivo. E invece nel film lo si associa a qualcosa di bello, di alto, di ideale…Eppure la bellezza di cui si parla nel titolo è una bellezza che nasce dalla morte, in una sorta di ossimoro imperfetto che risulta cardine di tutto il film e fonte di riflessione.

Una vita che nasce, un amore che germoglia, un’amicizia che conforta, la gratitudine di chi ha ricevuto il nostro aiuto,…: se è facile associarla a tutte queste situazioni positive, come può la bellezza essere collaterale alla morte? Come può nascere da essa? La morte, anche intesa in senso non letterale (come una sconfitta personale, un fallimento professionale, un amore che finisce, un’amicizia tradita, una malattia…) squarcia nel nostro petto e nelle nostre menti veli spessi e scuri: porta dolore, induce (anche questo, sì, è ossimorico) una “luce tenebrosa”, che a modo suo rischiara tante cose. Perché con la loro violenza tutte queste situazioni, il cui elenco è ben più lungo, ci permettono di vedere, sentire, assaggiare la vita in modo diverso, più “da vicino”, più in profondità, senza barriere.

Come può la bellezza essere collaterale alla morte? La morte squarcia nel nostro petto e nelle nostre menti veli spessi e scuri: porta una “luce tenebrosa”, che a modo suo rischiara tante cose

Anche se non per tutti è così, spesso la routine quotidiana ricopre di veli a loro modo rassicuranti il nostro saper sentire: i sentimenti si attutiscono, intorpidiscono gli stati d’animo, inaridiscono i pensieri…e poi arriva la “morte” (nelle sue varie sfaccettature, non tutte così drammatiche) a risvegliare, a esporre il nostro cuore all’aria e alla luce. E questa sofferenza, con la sensibilità e la nudità che ne derivano, è la bellezza collaterale che i momenti difficili della vita portano con sé.

Momenti che fanno un male cane, Howard lo sa: ti devastano dentro, ti portano a perdere la ragione, a smettere di voler vivere, ma anche a sentire con una sensibilità talmente acuita che consente di cogliere tante sfumature prima invisibili o in secondo piano, collaterali appunto, e in queste riscoprire, nascosto nel dolore e nella tristezza, un bello della vita che vale la pena di essere vissuto: emozioni e sensazioni vere e profonde, non filtrate, che magari ti fanno piangere come una fontana ma che, all’estremo opposto, possono farti apprezzare appieno una gioia, anche piccola. E sorridere.

Dalla bellezza collaterale capace di schiacciarci e di annullarci, paradosso dei paradossi, si può anche provare a ripartire, con l’obiettivo di non perdere (almeno non del tutto) quella straordinaria sensibilità una volta che le ferite della “morte” si siano rimarginate. Perché anche dal dolore più profondo può nascere qualcosa di bello.


1 thought on “SE DALLA MORTE PUÒ NASCERE BELLEZZA

  1. Grazie Patrizio! Molto interessante lo scritto, fa riflettere sul senso vero delle cose e dei passaggi di vita. Non conoscevo questa pellicola ma cercherò di recuperarla. Grazie e buona giornata Anna

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