VIA ALL’INVALSI: COME STA LA SCUOLA ITALIANA?

Tra i banchi

di LORENZO CERIOLI – Anche quest’anno il momento è arrivato: nelle prossime settimane i ragazzi delle classi seconde (a maggio) e quinte (dall’8 marzo) del Liceo Vida, insieme ad altri circa 500.000 studenti delle superiori di tutta Italia, affronteranno il temuto Invalsi, attraverso tre prove (italiano, matematica ed inglese) computer-based della durata di 120-150 minuti ciascuna. 

Ma cosa sono queste prove? Si tratta di test preparati dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione e servono, nelle intenzioni del Ministero dell’Istruzione, a valutare il livello di preparazione degli alunni italiani. Anche quest’anno la rilevazione non avrà peso nell’accesso degli studenti agli esami di stato, ma resta una cartina al tornasole dello stato di salute della scuola italiana. Furono introdotte per la prima volta nel 1999, su proposta dell’allora ministro Luigi Berlinguer, e la loro efficacia consiste nel testare anno per anno la preparazione media degli studenti in determinate materie e capire quali possano essere a livello regionale o nazionale le lacune più diffuse e degne di nota. Oltre che per gli alunni, queste prove sono motivo di attenzione in qualche modo anche per i docenti, che possono così valutare meglio l’efficacia del proprio metodo di insegnamento.  

Il logo dell’Istituto per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (www.invalsi.it)

L’anno 2020 è stato complicato sotto tantissimi punti di vista. L’avvento del Covid ha infatti fermato anche la somministrazione dei test Invalsi nelle scuole di primo e secondo grado e l’utilizzo forzato della Didattica a Distanza ha inevitabilmente influenzato anche i dati del 2021, che sono risultati peggiori rispetto alle precedenti prove del 2019.

Nelle scuole superiori, ad esempio, la perdita di apprendimento riscontrata nell’area di italiano è più evidente e significativa rispetto alle elementari. Sui 200 punti di media ottenuti nel 2019, si è registrata una perdita di ben 10 punti. Inoltre la percentuale di studenti che non raggiunge il livello minimo è cresciuta notevolmente rispetto a due anni fa, passando dal 35% al 44%. La flessione si riscontra in generale in tutte le macroaree del Paese, con il calo più rilevante nelle regioni Campania e Puglia. I ragazzi che si trovano in maggiore difficoltà rispetto agli altri anni si concentrano soprattutto tra quelli che provengono da famiglie con un contesto socio-economico svantaggiato. 

Passando a matematica, molto simile è la perdita di punti di media che passa da 200 a 191. Dati più preoccupanti arrivano invece dalla percentuale di studenti che non raggiungono il livello minimo: dal 42% del 2019 si è infatti passati al 51% di alunni con un punteggio non sufficiente. Uno studente su due di fatto non ha superato la prova somministrata. Ancora in Puglia le perdite maggiori, oltre che nel Friuli Venezia-Giulia.

Infine, per quel che riguarda la Prova Invalsi di inglese non si registrano variazioni significative nell’apprendimento. I 198 punti di media nel reading uniti ai 202 del listening si avvicinano molto alla media di 200 punti dell’anno 2019. Sul primo fronte, lo scorso anno solo il 49% degli studenti ha raggiunto il livello B2, contrariamente al 52% del 2019. Nella prova di listening invece, pur riscontrando dati ancora non confortanti, si registra un miglioramento: 37% sono coloro che hanno raggiunto il livello richiesto, contro il 35% della precedente prova. La percentuale di studenti che raggiunge l’obiettivo delle indicazioni nazionali è, dunque, piuttosto bassa e molto diversa tra le differenti aree del territorio nazionale: si riscontra infatti una differenza netta di preparazione tra il nord e il sud Italia (isole comprese), con il Meridione decisamente più in difficoltà. Se da una parte si può dire che la pandemia non ha avuto un impatto particolarmente negativo sui risultati della prova, dall’altra si nota come il livello dell’apprendimento dell’inglese raggiunto non sia ancora soddisfacente, (specie se confrontato con gli altri Paesi non anglofoni d’Europa) presentando tra l’altro grandi differenze interne tra le varie regioni. 

È del tutto inappropriato attribuire i risultati presentati alla DaD, non è corretto e non ci permette di capire bene cosa si può fare, anzi, cosa è necessario fare”, ha dichiarato Roberto Ricci, responsabile Area Prove Invalsi, in un’intervista rilasciata all’osservatorio economico “Riparte l’Italia” (per il testo integrale CLICCA QUI) per fornire prime interpretazioni ai dati raccolti. Con grande dispiacere, ha poi riconosciuto Ricci, “i risultati delle prove INVALSI 2021 sono fonte di grande preoccupazione e devono richiamare l’attenzione di tutta la società, nessuno escluso”.

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