“IO SONO VIVA”, LA DOLCEZZA DI UNA SECONDA CHANCE

FuoriLiceo

di MATTEO BOVARINI – Oggigiorno è facile dare tutto per scontato e accontentarsi di uno sguardo frettoloso e superficiale a ciò che ci circonda, ma se solo scavassimo più a fondo scopriremmo, con piacere, che ci sono centinaia di storie nascoste che meritano di essere raccontate. Quella che scriviamo oggi è proprio una di queste.

A fine gennaio, al nuovo Mercato Comunale Isola di Milano, è stato inaugurato “Io sono viva: dolci e gelati“, il nuovo progetto inclusivo, solidale e tutto al femminile della chef salernitana Viviana Varese. Com’è facilmente intuibile dal nome, si tratta di una pasticceria-gelateria dove è possibile comprare leccornie di ogni genere: ovviamente gelati e granite siciliane, ma anche bignè, tiramisù, brioche, crostate, waffle e altre meraviglie. Naturalmente tutto prodotto con ingredienti e materie prime di alta qualità provenienti per la maggior parte dai presidi Slow Food. 

A rendere veramente speciale questo luogo, però, è un tipo di dolcezza che va oltre gli zuccheri: per la sua pasticceria, infatti, la famosa chef del ristorante VIVA (una stella Michelin, all’interno di Eataly Smeraldo), ha deciso di assumere donne che hanno subito ingiustizie e violenze e hanno la necessità di riacquistare valore e libertà. In questa bottega, al fianco dalla storica sous-chef Ida Brenna, lavora ormai da qualche settimana un gruppo di sei donne ospiti della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (CADMI) e per ogni chilogrammo di gelato venduto viene donato un euro a sostegno dei progetti dell’associazione.

Un team di sole donne, quindi, vittime di diverse forme di violenza, tutte terribili: stupri, maltrattamenti fisici e verbali, la subdola violenza economica per cui gli uomini le ricattano mentre dicono di amarle. Situazioni incresciose di vera e propria prigionia dalle quali il gruppo di “Io sono Viva: dolci e gelati” ha saputo sottrarsi mostrando un coraggio non indifferente, testimoniando così che ci può essere una via d’uscita verso l’indipendenza. L’idea alla base di tutto, infatti, è quella di dare concretamente in mano, a donne che si sono viste calpestare la propria dignità, mansioni e responsabilità. Il lavoro in cucina deve essere lo strumento per ridare loro fiducia. 

«Ti permette di non pensare ad altro, ma di confrontarsi, creare, condividere; in cucina si fa squadra»

Viviana Varese

“Ti permette di non pensare ad altro, ma di confrontarsi, creare, condividere: in cucina si fa squadra”: questo è il messaggio della chef stellata, a dimostrare che lavorando in squadra ognuno, ma soprattutto ognuna, può apportare il proprio contributo e creare qualcosa di magico. Fondamentale è l’approccio di Viviana Varese, che non tratta le donne con atteggiamenti vittimistici o assistenzialistici ma si pone nei loro confronti come amica, confidente, professionista, che insegna le tecniche dell’alta pasticceria rispettando la dignità delle proprie interlocutrici e che instaura con loro un rapporto di collaborazione e complicità.

Una sensibilità innata quella di Viviana che, tra un piatto prelibato e l’altro, ha sempre trovato il tempo per combattere battaglie di valore al fianco dei più deboli. Proprio per questo, nel 2021 il marchio VIVA e i progetti ad esso annessi sono stati insigniti del premio Champions of Change, frutto dell’iniziativa della classifica dei 50 Best «che premia tre eroi non celebrati» nel mondo della ristorazione, alla guida di un cambiamento positivo dentro e al di fuori delle loro cucine.

Io sono VIVA è la creazione di un cuore pulsante e attento al mondo come quello della Varese, un’iniziativa lodevole, che smonta l’idea del cuoco in stile Masterchef, scorbutico e spesso arroccato in una torre d’avorio, per investirla di una nuova umanità. L’iniziativa sta riscuotendo un grande successo e continuerà sicuramente a far parlare di sé.

Tra una riga e l’altra, alla fine, ci siamo concessi un gelato e non solo abbiamo gustato i sapori speciali che solo uno chef stellato sa creare, ma abbiamo anche assaporato con quel senso di riscatto che si intravede solo negli occhi di chi ha sofferto, ma ha avuto dalla vita una seconda possibilità.

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