“DON’T LOOK UP”: BELLO, MA…DI COSA PARLA DAVVERO?

Che Spettacolo!

di ALICE QUATTRONE – Due scienziati e una cometa: il film di Adam McKay, Don’t look up, parla di questo. Non solo di questo, ovviamente, anche di un presidente statunitense, di giornalisti, di super-ricchi. Non solo, anche di pandemia, di disastri climatici, della fine. Non solo, anche di noi. La trama si può riassumere in tre parole: pericolo-richiamo-risposta. Ognuna di queste merita una riflessione.

Pericolo. Molti critici si sono soffermati su questo quesito: di quale pericolo sta parlando metaforicamente McKay? È questo il primo dubbio che ronza nella testa nel corso del film e per questo ci viene in aiuto la Presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean (interpretata da Meryl Streep) che, davanti all’“allarme cometa” di due scienziati, afferma: “Sapete quante riunioni sulla fine del mondo abbiamo fatto? Crisi economica, armi nucleari, intelligenza artificiale ostile, inquinamento atmosferico, siccità, carestie, epidemia…”. Insomma, una lista di tutte le problematiche che stanno minacciando la terra, un elenco aggiornato all’oggi che ha portato il giornalista Aldo Cazzullo a definirlo sul Corriere “il film dell’anno”.


“Basta questa frase-chiave, pronunciata dalla presidente degli Stati Uniti, a spiegare perché Don’t look up è il film dell’anno: sia di quello appena concluso, sia di quello appena cominciato.”

Aldo Cazzullo – Corriere della Sera

Il riscaldamento globale è sicuramente il messaggio che i più hanno letto dietro alla cometa. Tra questi la stessa Jennifer Lawrence (che interpreta Kate Dibiasky, studentessa che ha scoperto la cometa) si è definita frustrata e impotente di fronte alla situazione attuale: gli stessi caratteri emotivi e psicologici che inquadrano il suo personaggio. Se ci si pensa, infatti, le analogie sono innumerevoli: un problema, visto inizialmente solo da esperti, che per motivi economici non si può, o non si vuole, eliminare e una folla di persone che si convince della sua esistenza e pericolosità quando ormai è troppo tardi.

Richiamo. Il simbolo di questo sono DiCaprio e Lawrence nel ruolo dei due studiosi che, non appena avvistano la cometa, vengono spinti verso la Casa Bianca con una velocità che viene però frenata dalla calma con la quale la Presidente affronta la questione. Gli scienziati non si accontentano di un “attendere e accertarsi” come piano di fronte all’evidenza e iniziano la loro corsa contro il tempo. La grandiosa abilità del regista ha creato così nella prima parte del film un clima in cui convivono una dilagante assurdità e la presa in giro a fianco di tematiche esistenziali. Riesce a generare risate di fronte alla disperazione di due persone frustrate, che non vengono ascoltate, e grande ilarità nonostante ci metta davanti alla realtà più cruda. Questo gioco di contrasti tra drammi e risate è ciò che rende unico il lavoro del regista, che ha però riscosso alcune critiche ed è stato giudicato “troppo confusionario”, ad esempio, da Ann Hornaday sul Washington Post. Di opinione opposta è invece Mick LaSalle, che sul San Francisco Chronicle  afferma: “McKay riesce a far ridere per due ore mentre ci convince che il mondo sta per finire”.


Don’t look up potrebbe risultare troppo confusionario e dal tono imprevedibile”

Ann Hornaday – The Washington Post

“McKay riesce a far ridere per due ore mentre ci convince che il mondo sta per finire”

Mick LaSalle – San Francisco Chronicle

Risposta. Cosa ha ucciso davvero il mondo? La cometa o i troppo occhi che “don’t look up” (non guardano in alto)? Nel film viene posta grande attenzione al contrasto tra il timore degli esperti e la superficialità dei super-ricchi. Sotto questi grandi personaggi però si muove la folla che risulta marginale, ma fa sentire ad ogni modo la sua presenza. Ci sono quadri di tutte le categorie di uomini immaginabili: i negazionisti, i complottisti, i “don’t look up”, i “look up”… Se non per poche persone, però, alla massa viene dato un peso relativo rispetto a ciò che accade, quasi non fossero altro che piccole formiche controllate dai potenti. Cosa avrebbero potuto fare d’altronde i civili? Beh, qualcosa di più certamente: avrebbero potuto credere, spronare, far sentire la propria voce. Si potrebbero incolpare in realtà più persone, ma la maggiore accusa che il regista vuole scagliare è a coloro che scelgono le priorità anteponendo i soldi alla vita stessa.

La scena che ha colpito maggiormente gli spettatori è la cena, l’ultima, “l’immagine più potente e spiazzante”, come la definisce Giorgio Gandola sulle colonne de La Verità. Un momento unico, il solo in cui prevale l’emozione al riso, in cui dopo 6 mesi spesi a gridare e girare tra le tv, i due protagonisti decidono di fermarsi, di riunirsi a tavola con coloro che amano e pregare insieme. È così che si conclude il contrasto tra il mondo esterno e i due studiosi: dopo più di una crisi in diretta per cercare di aprire gli occhi alle persone, tornano in casa, alla “normalità”, mentre il resto è in subbuglio. Quando loro urlano e si agitano, il mondo tace immobile. Quando loro si rassegnano e pregano immobili, allora il mondo inizia ad urlare. Ciò che trapela da questo contrasto è il pericolo di alzare lo sguardo troppo tardi e accorgersi della fine quando ormai è già imminente. I messaggi che si possono cogliere sono infiniti, ma hanno tutti un aspetto in comune: riguardano noi e come abbiamo intenzione di reagire. Restare ad occhi chiusi, agitarsi senza agire, non credere oppure osservare il punto a cui siamo arrivati e decidere la strada da prendere ora. Siamo liberi di scegliere: “look up” o “don’t look up”. Beh, di questa seconda opzione McKay ci ha già fatto un piccolo spoiler.

“Attendere la fine del mondo con una cena. L’ultima. È l’immagine più potente e spiazzante.”

Giorgio Gandola – La Verità

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