AMARSI DA MORIRE: DA SOLI NON SI PUÒ SALTARE

Che Spettacolo!

di IRENE SALI – La “Compagnia dei Piccoli” il 22 e il 23 novembre ha messo in scena lo spettacolo “Ti amo da morire”, che tratta della violenza sulle donne, proprio in occasione della giornata di sensibilizzazione dedicato al tema: un argomento delicato e emotivamente impegnativo che il gruppo teatrale ha saputo affrontare con armonia e leggerezza, in modo tale da non appesantire ulteriormente la portata del tema scelto. Inaspettato e significativo l’allestimento del teatro, dove erano presenti dei posti vuoti riservati a tutte quelle donne che non ci sono più a causa di violenze, ben 108 solo nel 2021. 

“Geniale” è l’aggettivo più corretto per descrivere il filo logico che è stato dato alla trama dello spettacolo, che ha avuto il suo inizio con una riflessione sulla continua ricerca di parità tra uomo e donna e che ha descritto in parte il percorso della storia dell’umanità. “Secondo me la donna e l’uomo sono destinati a diventare uguali” è stata la frase di apertura della serata, l’inizio del primo ragionamento, che si è concluso con il pensiero che le cose non stanno proprio così, perché al principio di tutto c’è sempre una donna. 

La decisione di far recitare solo tre attori ha dato una stabilità e una semplicità allo spettacolo che ha permesso agli spettatori di concentrarsi sul significato delle parole, senza che la loro mente potesse perdersi in troppe congetture. In scena erano presenti un uomo (Daniele Carrara) e una donna (Alessia Bianchi) che si trovano immersi in una relazione e Mattia Cabrini, nei panni di una sorta di grillo parlante, a impersonoficare la coscienza dell’uomo. 

La rappresentazione ha visto come tema principale l’esasperazione dell’uomo, maschio, marito nei confronti dell’indole femminile portata agli estremi: la donna che deve sempre avere il controllo di tutto, la donna attiva, chiacchierona, la donna che ha sempre un pensiero da esprimere anche quando la situazione non la riguarda. Interessante poi la decisione di incentrare lo spettacolo sul punto di vista maschile, quindi ragionare su ciò che prova l’uomo quando si trova a dover scendere a patti con l’altro sesso. Daniele Carrara ne ha interpretato uno che nel corso della sua esistenza si è ritrovato a reprimere ogni sentimento negativo per fare vedere al mondo di stare bene, quando in realtà dentro soffocava e ad ogni “sto bene” che gridava, una parte di lui si arrendeva alla solitudine, fino a diventare un completo estraneo a se stesso: impossibile, questo l’esito finale, stare bene con gli altri se non si riconosce neanche più se stessi. La presenza in scena del suo grillo parlante ha fatto in modo che si potesse veramente comprendere la sua lotta interiore: la sua coscienza rappresentava la parte ancora genuina e buona che si impegnava a cercare di riportarlo sulla retta via, il tutto con dialoghi accattivanti e diretti, che hanno saputo rapire l’attenzione di ogni singolo spettatore presente. 

E poi c’era la donna. Questa donna tanto emotiva, tanto frizzante, tanto innamorata della vita che faceva sentire il suo uomo inutile, piccolo, ignorato. Questa donna che si interessava a ciò che succedeva al di fuori della sua quotidianità, che rimaneva sconvolta quando sentiva al telegiornale che un marito aveva ucciso la moglie e che si preoccupava quando sentiva i vicini urlare e litigare. Una donna a cui piaceva passare il tempo con gli amici e che provava a stare a dietro alle esigenze del suo grande amore, anche se questo a lui non bastava mai. E di fronte a questo uragano di vita, l’uomo si sentiva vuoto, solo e continuamente provocato, ma al tempo stesso incapace di reagire. E continuava con il suo meccanismo di repressione, diventato un circolo vizioso, tale da renderlo sempre più estraneo anche al mondo esterno oltre che a se stesso. Reprimendo si arriva ad esplodere ed è quello che è successo alla coppia sul palco, ma soprattutto che succede in innumerevoli coppie nella vita reale. 

Ed ecco, sul finire della rappresentazione, la parte più emotivamente forte e impegnativa: lui che diventa violento perché non si sente voluto e dentro di lei qualcosa si spezza. Una scena da brividi. Il contrasto tra l’uomo e il grillo parlante, tra ciò che gli suggerisce la coscienza e quello che invece esce dalla sua bocca e dai suoi gesti: cattiveria, frustrazione, rabbia, follia. Un dialogo tra i due che rappresenta l’uomo che si odia e viene consumato da questo sentimento, entra in un tunnel infinito pieno di scuse che racconta a se stesso e agli altri per difendersi dai suoi stessi pensieri e giudizi.

Esistono diversi tipi di violenza: verbale, fisica, psicologica, sessuale e sono tutte distruttive e intrise di un forte veleno: la paura. Quest’ultima è quella che ti spinge a non chiedere aiuto, a non trovare la forza di reagire, paralizza e fa vedere tutto buio. Quanto sarebbe bello avere sempre una stella a portata di mano per illuminare la paura come succede con il cielo di notte. 

Da soli non si può saltare” è una delle ultime frasi dello spettacolo, di quelle che hanno lasciato il pubblico senza fiato. Difficile spiegarne la risonanza emotiva in conclusione di uno spettacolo simile. Possono essere tanti significati che le si possono attribuire, ma forse quello giusto è anche il più semplice: nessuno salta senza la certezza di avere qualcuno pronto a prenderlo al volo o che gli prenda la mano e salti con lui.

(Le immagini dello spettacolo sono tratte dalla pagina FB della Compagnia dei Piccoli)

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