C’ERA UNA VOLTA IL RISCHIO DI ESSERE GIOVANI

Arte&Cultura

di ALICE PIROLI – È giusto puntare sui giovani? Spesso si sente questa domanda nei più svariati contesti- in cui le persone, solitamente adulti, quando si interrogano su questioni rilevanti- nominano i ragazzi come unica soluzione a molte situazioni difficili che loro non hanno potuto o voluto risolvere. Pretendono che i giovani siano il cambiamento, senza però dar loro fiducia e gli strumenti necessari. Una voce fuori dal coro è rappresentata da Alessandro D’Avenia,  professore e scrittore che da sempre guarda alle nuove generazioni con uno sguardo aperto e di accoglienza. L’autore palermitano è stato invitato come relatore per una lectio dal titolo  «C’era una volta il rischio di essere vivi» in apertura della Civil Week Lab. L’evento di Corriere della Sera – Buone Notizie, dedicato alle persone, al senso civico e all’Italia solidale, quest’anno si è tenuto a Milano presso l’Università Bocconi e in Sala Buzzati dal 27 al 29 ottobre con il tema «I giovani, protagonisti del cambiamento». 

Alessandro D’Avenia, scrittore e docente, durante la lectio all’università Bocconi

Per attuare un vero cambiamento, ha spiegato D’Avenia, occorre dare spazio al potenziale esplosivo straordinario che abbiamo: sono infatti nove milioni gli studenti in classe dalla prima elementare all’ultimo anno di scuola superiore. Lo scrittore si è scagliato contro il paternalismo che vuole i giovani protagonisti, ma poi pone dei dispositivi che disattivano questo protagonismo:- “La parola futuro, ormai abusata e svuotata totalmente di significato, in latino non era nient’altro che il futuro del verbo essere: dalle parole dobbiamo partire per fare daccapo il mondo, il che vuol dire che il futuro sono questi ragazzi”. Il futuro non si apre dunque se noi non diamo la possibilità al verbo essere di diventare futuro. Il bambino o l’adolescente è infatti qualcuno che non ha ancora una piena consapevolezza di sé, “quella condizione di stare al mondo senza essere stati al mondo”. C’è una notevole differenza tra il venire alla luce e andare verso la luce: si nasce una volta per tutte, ma poi il compito dell’uomo è quello di rinascere e il prefisso non indica l’iterazione dell’azione, ma la sua intensità. Ciò che permette all’uomo di nascere nuovamente è il suo desiderio; “ma se non si consegna ad un giovane l’energia del desiderio, unico modo per avere il coraggio di rinascere e vivere un po’ più intensamente, egli regredisce a semplice essere evidente”. 

Il professore ha però voluto focalizzare il suo intervento sulla tematica della scuola, portando alla luce dei dati allarmanti: nel 2016, in seguito ad uno studio del MIUR, è emerso che il 73% dei ragazzi provano malessere a scuola e solo un misero 4% sta bene in classe. “Perché il dispositivo realizzato per far fiorire la vita è diventato qualcosa che la disumanizza?”, si è domandato D’Avenia. Vuol dire che il dispositivo disumanizza chi deve prendersi cura degli altri, mentre ciò di cui si ha bisogno è l’autentica relazione fra maestro e discepolo e la soluzione non può essere negli oggetti. Occorre ripartire daccapo chiedendosi cosa renda umane le persone e valorizzare ciascun talento che ogni studente o docente offre alla scuola, riscoprire cioè la cura. 

Lo scrittore poi ha voluto portare l’esempio del mito contenuto nel dialogo “Politico” scritto da Platone in cui gli uomini, in seguito al ritiro di Cronos dal mondo, furono costretti ad imparare a curare se stessi e gli altri. Secondo il filosofo la cura è dedicare tempo alle cose degne di amore, ovvero chi sta di fronte a noi. “Tutti siamo fragili perché siamo imperfetti, la vita non è data per scontata, dobbiamo educare i ragazzi a diventare dipendenti per cui io ho bisogno dell’altro e l’altro ha bisogno di me”. Abbiamo perso il tatto nei confronti della carne del mondo, ha concluso D’Avenia: “Nella misura in cui si tocca la carne del mondo tocco me stesso e scopro chi sono, solo andando incontro alla vita io mi prenderò cura della vita”.


Per l’intervento integrale di Alessandro D’Avenia clicca qui: “C’era una volta il rischio di essere vivi”

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