“CRAZY FOR FOOTBALL”: QUANDO LO SPORT DIVENTA TERAPIA

Che Spettacolo! Sport

di ALICE QUATTRONE – “Normale deriva da norma”…ma di quale norma si parla? E chi è davvero normale? È questa la domanda attorno a cui gravita “Crazy for football”: film andato in onda in prima serata il 1° novembre su Rai Uno. Diretto da Volfango de Biasi, narra di una storia vera, toccante e spiritosa, di inclusione, comprensione e affetto. Nel 2016 è infatti nata la prima Nazionale di calcio a 5 composta da pazienti psichiatrici, grazie all’impegno del dottor Santo Rullo, che ha creduto in questo progetto a tal punto da dedicargli interi anni della sua vita. 

Il medico, interpretato da Sergio Castellitto, è venuto a contatto con quelli che sono considerati “i diversi” e si è impegnato a proteggerli e far capire le loro potenzialità non solo al mondo intero, ma ai pazienti stessi che, influenzati dall’opinione comune, avevano smesso di credere da tempo nella propria normalità e abilità. 

Mens sana in corpore sano, sosteneva Giovenale: sanità mentale e corporea sono strettamente legate ed è per questo motivo che, grazie all’intervento di Massimiliano Tortora (nel ruolo di Enrico Zanchini), la squadra si avvicina al pallone e il sogno dei giocatori diventa realtà. Un allenatore non abituato a collaborare con soggetti psichiatrici si trova inizialmente in difficoltà ad accettare questa sfida, ma capisce ben presto che uniti in un team, ciascuno con le proprie caratteristiche, non sono più da considerare “malati”, ma “giocatori” a tutti gli effetti. 

Coi matti come si fa? Loro mettono in discussione le regole della vita, non del calcio

Coi matti come si fa? Loro mettono in discussione le regole della vita, non del calcio”: è con questa frase che Castellitto tranquillizza l’allenatore, mostrando quanto siano superficiali le mancanze di ciascuno se portate in campo e allontanate dall’ambiente ospedaliero, dove invece il difetto “fa sentire inadeguati, diversi, fragili”.  Chiusi in un reparto ci si può sentire protetti in qualche modo, ma non accettati, bensì esclusi dal mondo esterno:“Come fa a stare bene uno che si deve nascondere? Impossibile”.

L’allenatore si rivela in poco tempo uno dei pochi personaggi, insieme all’assistente e alla figlia del medico, che sostiene il progetto dello psichiatra senza porre altri ostacoli. Le grandi difficoltà economiche vengono superate da poche e buone persone, che decidono di colmare i vuoti lasciati dal resto del mondo pur di far vivere 10 grandi persone. 

“Quello che facciamo qui è vita”

Il film: dal profilo Instagram di Volfango de Biasi

Cosa significa formare una squadra se non correre insieme verso un obiettivo comune? Il calcio, infatti, parla di una comunità, non dei singoli; non delle assenze, ma delle qualità; non del dialogo, ma della comunicazione non verbale. Quel non sentirsi soli, quell’essere parte integrante di qualcosa di speciale è forse ciò che ognuno di noi cerca nella quotidianità. La differenza tra i “normali” e i “diversi” è proprio questa: il venir accettati con più o meno difficoltà e, di conseguenza, sentirsi un aiuto o solo un peso. Il Dr. Rullo ha avuto sempre l’obiettivo di far sentire ciascun paziente normale nella propria diversità, rispondendo con un sorriso d’affetto ad un pianto e con un abbraccio ad una mancanza. 

È così che un dottore più convinto del calcio che dei ricoveri come terapia, un allenatore da tempo in panchina e 10 giocatori speranzosi si trovano a costruire una Nazionale e una vittoria nel 2018: un qualcosa che fa dimenticare a ciascuno da dove sono arrivati e dove sarà il loro futuro. 

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Se sei matto non sei normale e se non sei normale non esisti”. Chi è normale quindi? Semplicemente coloro che si comportano come il mondo si aspetta che si comportino? Forse però il mondo è migliore con un po’ di anormalità e stranezze, che vanno a mettere in discussione ogni cosa e colorare di bellezza i piccoli aspetti trascurabili della vita? Questo spetta a ciascuno di noi stabilirlo. 

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