SEMPRE CON LA VALIGIA IN MANO: LA “VERA” VITA DELL’INVIATO

FuoriLiceo

di ALICE QUATTRONE – Addio agenda e benvenuta valigia”: è questo il rito di iniziazione, il saluto simbolico che apre le porte al mondo dei giornalisti inviati. “Programmare” diventa un verbo che non appartiene più a chi svolge questo lavoro, ma “è proprio nell’imprevedibilità che sta il bello del mestiere”. Questo il punto di vista di Vera Gandini, collaboratrice di Mediaset nel tg Studio Aperto, ma soprattutto autrice di interviste, inchieste e servizi per i programmi di approfondimento di Rete4, Stasera Italia e Controcorrente. Nata ad Alessandria e laureata in Filosofia e Storia delle idee a Torino, decide di dedicarsi al giornalismo e consegue una laurea specialistica in Informazione e Editoria. Da quel momento inizia un cammino che la porta dritta verso la redazione di TerzaPagina, a condividere la sua esperienza di inviata che vive “con la valigia in mano”.

Vera Gandini in uno dei servizi realizzati da inviata per Stasera Italia

Per chi non conoscesse questo lavoro, lo si può riassumere con una formula: “mandati in giro di giorno, mandati in onda di sera”. La giornata dell’inviato viene, infatti, scandita da diversi momenti predefiniti: l’assegnazione dei servizi, la realizzazione delle riprese e infine il montaggio del video. “I diversi lavori vengono assegnati verso mezzogiorno circa, orario nel quale si chiama il proprio produttore, in modo da avere una troupe che affianchi nel lavoro, mettendosi d’accordo su orario e luogo di ritrovo.”, ha raccontato la giornalista piemontese ai collaboratori di Terza Pagina, “Una volta concluse le riprese e terminata la ricerca di informazioni arriva il momento di editare il servizio, in seguito al quale si va in onda”.

È un lavoro certamente di sacrificio e fatica, ma è la profonda passione di Vera che la spinge ad affrontare questa sfida ogni giorno. Ed è quanto mai opportuno parlare di “sfida”, purtroppo, perché “a volte, o meglio, frequentemente, ci si trova a fronteggiare numerose scomodità”, come l’aggressività verbale da parte degli intervistati che ormai quotidianamente caratterizza la giornata dei giornalisti. Affrontare servizi più “delicati” espone poi maggiormente l’inviato a questo genere di violenze: “Sarò sincera, la paura non manca. Si viene a contatto spesso con realtà borderline e occuparsi di queste ti pone davanti a grandi rischi”.  È necessario infatti mettere da parte il più possibile il proprio giudizio, che non deve in alcun modo trasparire. Nonostante questo, la firma sul servizio permette a chi osserva di “dare un volto” al giornalista e, a volte, di riconoscere in questo il “responsabile” da criticare. 

L’inviato poi deve essere sempre pronto ad affrontare ogni tipo di argomento, anche quelli più complicati o che si fanno più fatica a seguire: “A me personalmente risulta impegnativo occuparmi di tutti quei servizi che vanno a colpire persone deboli, che hanno già loro difficoltà. Siamo giornalisti, sì, ma non si deve mai perdere di vista l’umanità e la dignità della gente che andiamo a riprendere”.

Un’altra difficoltà che si può riscontrare in questa specializzazione del variegato mestiere del giornalista è nel conciliare la vita professionale con quella privata. Il tempo libero degli inviati viene notevolmente ridotto, così come quello da passare con i propri familiari ed amici. “Faccio questo mestiere da 3 anni e più volte ho sentito il desiderio di avere più tempo da passare con le persone a me care, ma è proprio la passione che mi spinge avanti”. L’amore per il lavoro, infatti, non può proprio mancare; la curiosità di conoscere e la voglia di incontrare sempre nuovi mondi è quello che “invia” questi giornalisti nelle diverse città. 

Vera Gandini durante un collegamento in diretta

I servizi video richiedono spesso, o sempre, una testimonianza, “per fare un esempio oggi mi è stato affidato un pezzo sulle farmacie, o meglio, su come faranno queste a sostenere un numero così alto di tamponi e come si stanno organizzando. Farò, quindi, un giro delle farmacie milanesi, dal centro alle periferie, per avere una fotografia più rappresentativa e fonti più certe possibili”. Si viene, quindi, sempre a contatto con persone nuove, con realtà ancora sconosciute. “Le giornate non sono mai uguali.”, afferma Vera con un sorriso sulle labbra, “Questa imprevedibilità è uno degli aspetti più belli al momento, ma ho anche la consapevolezza che non si tratti di un lavoro adatto ad una certa età”. Viene infatti richiesto di essere sempre disponibili, costantemente pronti a salire su un treno e partire. Anche se accompagnati dalla passione, con il passare del tempo si sente maggiormente la necessità di scendere dal treno e ricominciare a camminare.

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