VIA DALL’AFGHANISTAN, LA TOMBA DEGLI IDEALI TRADITI

Eventi FuoriLiceo

di MATTEO BOVARINI – In una classica serata milanese è facile perdersi tra il rumore della città e la folla che riempie strade e locali.  Il 28 settembre scorso, però, pur nel caos della metropoli, un piccolo gruppo di persone è stato portato lontano, con la mente e con il cuore, in un viaggio verso una terra sconosciuta e martoriata: l’Afghanistan. 

Quella sera, infatti, nel teatro Rosetum di via Pisanello, si è tenuto un incontro organizzato dalla rivista Tempi dal titolo “Afghanistan, la tomba delle nostre illusioni”. Il noto settimanale, che dal 1994 fornisce propone reportage e approfondimenti culturali su tematiche riguardanti politica ed esteri e che da pochi giorni piange il fondatore Luigi Amicone, in questa particolare occasione ha proposto al pubblico una serata ricca di spunti di riflessione, ma anche di emozioni. Emanuele Boffi, direttore della testata, si è prestato come moderatore e, bilanciando perfettamente gli interventi di Domenico Quirico (giornalista e reporter della Stampa) e Alì Ehsani (afghano scappato dalla sua terra all’età di 8 anni), ha saputo creare una discussione informativa e coinvolgente, a tratti illuminante e a tratti commovente. 

Nei mesi di agosto e settembre la situazione afghana è stata sulla bocca di tutti. Si è parlato di diritti, di libertà, ma pochi sapevano e sanno tutt’ora ciò che davvero è accaduto in quel territorio. Nel suo primo intervento Quirico ha provato a spiegarlo senza censure: “Per parlare di Afghanistan, bisogna parlare di guerra mai finita, e per parlare di guerra bisogna pensare a decenni di speranze, morti e bugie”. È tradimento, infatti, la parola chiave per il giornalista della Stampa, un tradimento “fatto male”.

Il giornalista Domenico Quirico

Nel 2001 gli USA sono andati in Afghanistan con un solo obiettivo: dare la caccia a Bin Laden e fare guerra ai talebani che lo ospitavano, per vendicarsi del massacro delle torri gemelle. Agli americani non è mai passato per la testa di portare in quella terra la democrazia, è solo quello che ci hanno fatto credere”.

Gli Usa hanno quindi tradito gli ideali per i quali erano partiti e per i quali soldati da diverse nazioni del mondo sono stati chiamati alle armi. Il tradimento era già evidente nel momento stesso in cui hanno scelto come manodopera per costruire la democrazia personaggi esattamente all’opposto di questi progetti. Il cambiamento promesso per far uscire gli afghani dal loro eterno Medioevo è stato affidato a signori della guerra quali Massoud, Dostum, Kazari e la scelta di questi uomini ha determinato la natura del regime afgano nei successivi vent’anni. 

Il potere è stato spartito in modo feudale da questi signori della guerra che erano”, ha afferma Quirico, “sostanzialmente canaglie. Massoud, soprannominato popolarmente “macellaio dei Pashtun” per le stragi civili su base etnica, ha combattuto a fianco degli americani contro i talebani; Dostum, che dovrebbe essere davanti al tribunale internazionale per i crimini di guerra, è stato vicepresidente; Kazari, per due volte presidente, è fratello del più grande narcotrafficante afgano.

Il potere è stato spartito in modo feudale dai signori della guerra che erano, sostanzialmente, canaglie

DOMENICO QUIRICO – GIORNALISTA “LA STAMPA”

E così i milioni e milioni di dollari che sono stati rovesciati sull’Afghanistan sono serviti a riempire le tasche di questi signori e non a migliorare le condizione di vita, la quotidianità dei 33-34 milioni di afgani. Infatti in venti anni di democrazia, in realtà di dominio semicoloniale degli americani, la situazione nel paese non è cambiata se non leggermente nelle grandi città dove si è formata, come si diceva in epoca marxista, una sorta di “borghesia compradora”, quella relativamente piccola fetta di popolazione che è riuscita ad entrare nel circuito dell’economia e che probabilmente ha fatto parte del 2% di elettori che solitamente esprimeva il proprio voto alle elezioni che non si sono mai svolte regolarmente.  A 10 chilometri da Kabul, da Herat o da Mazar-i Sharif, la condizione degli afgani è rimasta identica a quella del 2001 quando governavano i talebani.

Quirico non ha esitato ad affermare che la conclusione di questi venti lunghi anni è bene espressa nel lapidario chiarimento del segretario di stato americano del presidente democratico Biden. Nel discorso alla nazione, motivando il ritiro dei propri militari, Tony Blinken ha infatti dichiarato che “gli afgani non costituiscono più un interesse degli Stati Uniti”. Non sono stati sufficienti venti anni alla gente di Kabul per diventare un interesse americano. Allora la conclusione era evidentemente: il disastro della capitale, con le scene della male organizzata evacuazione che abbiamo visto in TV, preceduto dall’annuncio delle trattative di Doha tra i talebani e gli Stati Uniti di Trump del febbraio 2020 che sono state una grande finzione. I Talebani si sono infatti limitati ad aspettare con pazienza il momento adatto per prendere il potere. Convinti che prima o poi, come del resto è successo, gli uomini a stelle e strisce si sarebbero stancati di sprecare risorse e denaro senza un tornaconto.

«I talebani sono gente che ascolta non gli economisti ma i profeti. Sono un movimento totalitario islamico e i totalitarismi non conoscono le parole “moderazione” e “dialogo“»

Gli sforzi titanici compiuti dall’occidente per trasformare l’Afghanistan in un mondo migliore si sono rivelati una grande illusione. E così il paese conosciuto come la “tomba degli imperi” è diventato “la tomba delle nostre illusioni”. A tale proposito Quirico ha anche precisato che “la definizione di Afghanistan come “la tomba degli imperi” è una vecchia frase vera fino ad un certo punto. L’impero britannico non è caduto in Afghanistan, quello russo sì. L’Unione Sovietica ha cominciato a morire in Afghanistan nel senso che in quella guerra ha scoperchiato le sue strutture decadenti, il marcio dietro quella società”. Allora è più esatto dire che l’Afghanistan è la tomba delle ideologie: quella russa del tentativo di modernizzazione del Paese e della riforma agraria e quella americana e occidentale dell’introduzione della democrazia e del libero mercato. Entrambe sono risultate fallimentari di fronte alla teologia del popolo afgano.  L’usura della guerra afgana ha consumato i meccanismi delle ideologie occidentali e ne ha portato alla luce la sostanziale debolezza. 

La copertina del numero di settembre di Tempi dedicato alla fuga dall’Afghanistan

E ora, a giochi fatti, si deve dialogare con i talebani? Quirico ha risposto perentorio perentorio: “I talebani sono gente che ascolta non gli economisti ma i profeti. I talebani sono un movimento totalitario islamico. I totalitarismi non conoscono le parole moderazione, dialogo”. Inoltre “siamo di fronte ad un totalitarismo purificatore perché applicato ad una teologia. Se non pratichi il vero Islam, o peggio ancora se sei cristiano o ebreo o ateo,  sei da eliminare fisicamente perché sei un batterio che infetta la salute del corpo sociale”.  Il mondo che  sognano i talebani, il loro paradiso sono i poveri perché i prediletti da Dio. La ricchezza comporta peccato, deviazione, il tradimento degli ideali teologici del vero Islam. Il giornalista della stampa ha quindi ribadito con estrema convinzione che ”i talebani continueranno a fare i talebani”, cioè proseguiranno sulla strada del loro integralismo islamico puro e duro. “L’Occidente ha perso la guerra ed ora non può credere di imporre delle condizioni al vincitore.“, ha concluso, “Non gli resta altro che conoscere a fondo la situazione reale e su quella costruire delle scelte o non scelte. Credo che la lezione di questi venti anni ce lo abbia insegnato“. 

Anche Alì Ehsani nel suo accorato intervento ha confermato che i Talebani non sono come si vedono in Tv, ma sono crudeli e spietati come sempre, soprattutto con le donne. Con la sua drammatica storia ha aiutato i presenti a capire la verità dei profughi costretti a fuggire da un Paese dove non c’è più alcun futuro. A lui è accaduto, più di vent’anni fa, di dover scappare dall’Afghanistan, assieme al fratello sedicenne, dopo aver perso i genitori uccisi dagli studenti coranici. È giunto in Italia dopo un lungo e drammatico viaggio di cinque anni, a piedi attraverso l’Afghanistan, il Pakistan, la Turchia e la Grecia. All’età di 11 anni ha perso il fratello su un gommone. Aveva lasciato Istambul dopo aver pagato 800 euro per un trasferimento in  barca verso la Grecia. Era inverno e faceva freddo. Il barcone iniziò ad affondare e le persone si buttarono in mare per salvarsi. Alì vedeva la riva lontana. Si aggrappò ad un oggetto galleggiante con tutte le forze. Stremato si addormentò sognando Gesù, di cui ogni tanto suo padre gli aveva parlato. Aveva scoperto che i genitori erano cristiani quando un giorno un compagno gli aveva chiesto: “Tuo padre perché non viene in moschea?”. Nel sogno Gesù, col viso pieno di sangue, lo abbracciava: con un ombrello giallo aperto, lo salvava fermando le frecce scagliate da un arco, lo incoraggiava a non mollare mai, ad essere come un leone affamato, a raggiungere il suo obiettivo, ad avere fiducia perché c’è qualcuno che lo proteggeva. Si risvegliò sulla riva.

Alì trascorre tre mesi nel campo di Lesbo, poi viene mandato a Patrasso. Per raggiungere l’Italia decide di aggrapparsi sotto un camion che si imbarcava su una nave diretta ad Ancona: quindici ore di inferno prima di essere scoperto, a causa di un cane, e rispedito a Lesbo. Ci riprova, aggrappato questa voltra per ventiquattro ore, sotto un camion diretto a Venezia. Qui, ad un semaforo, viene prelevato e condotto in Ospedale. Successivamente raggiunge Roma dove sopravvive, sia moralmente che fisicamente, dormendo per un periodo nella stazione Ostiense, poi in un centro di accoglienza. Qui riscopre la fede cristiana dei genitori che in Afghanistan dovevano professarla di nascosto per timore delle persecuzioni. Riceve, con grande gioia, il battesimo. Alì ha vissuto tanti dolori e tante fatiche ma non ha mai mollato. Oggi è felice e si è laureato in Giurisprudenza. Il suo ultimo pensiero e la perfetta chiusura dell’incontro è un monito per tutti. Così, anche pensando a coloro che si sono presi cura di lui, afferma:

“Nella vita non raccogli ciò che semini, ma raccogli ciò che curi”

Alì Ehsani

Nella vita non raccogli ciò che semini ma raccogli ciò che curi. Se ci prendiamo cura di una malattia si può vincere o perdere; se ci prendiamo cura di una persona vinciamo sempre”. I problemi dell’Afghanistan sono tanti ma, come sollecita Ehsani, la comunità internazionale è chiamata a riflettere profondamente per non abbandonare a se stesso un popolo che ha sofferto e continua a soffrire per la negazione dei diritti umani fondamentali e per garantire a tutti i profughi afgani la giusta protezione umanitaria.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *