“PATRIA Y VIDA”: CUBA ALLA RICERCA DELLA LIBERTÀ

FuoriLiceo

di ALESSIA ZORZI e PATRIZIO PAVESI – Tra l’11 e il 12  luglio a Cuba, più precisamente lungo il Malecòn dell’Avana, il lungomare più famoso dell’isola, si sono svolte delle proteste violente contro il regime.

La rivolta è partita in quella domenica di un mese fa da San Antonio de los Baños, si è estesa successivamente a Cardenas, all’Avana, a Matanzas e in un’altra ventina di località, fino alla cosiddetta “capitale ribelle”: Santiago de Cuba. Sono scese in piazza migliaia di persone, uomini, donne e persino ragazzi che reclamavano “pane, medicine, vaccini” ma, allo stesso tempo, urlavano anche “Abbasso la dittatura” nel disperato tentativo di ottenere più libertà. “Patria y vida” è uno dei motti di questa protesta e trasmette perfettamente la volontà del popolo di reclamare diritti e necessità fondamentali, in particolare in questo periodo: infatti, a causa della situazione mondiale attuale, in cui la pandemia sta ancora mietendo vittime, è essenziale specialmente nell’America Latina la somministrazione di vaccini per contrastarla, mentre a Cuba ci sono mediamente 7.000 contagi al giorno e circa 50 morti.

Un gruppo di cubani di Miami che ha fatto un viaggio notturno in autobus a Washington DC per richiamare l’attenzione sulla protesta senza precedenti che ha avuto luogo a Cuba questa settimana

In questo tribolato periodo Miguel Díaz-Canel, il presidente cubano, è apparso due volte in televisione. La prima volta è stata una vera e propria chiamata alle armi rivolta ai più rivoluzionari, quasi un appello alla guerra civile, forse per coprire il ricorso alla repressione violenta delle forze armate; durante la seconda, che è stata decisamente più moderata, ha ammesso incomprensioni e malcontento tra la popolazione per poi puntare il dito contro l’embargo statunitense che da oltre 60 anni stringe d’assedio l’isola, rafforzato inoltre dalle misure di Trump che però non sono state revocate da Biden. Anzi, l’amministrazione di quest’ultimo ha imposto altro sanzioni economiche contro funzionari ed enti di Cuba, in risposta alla repressione delle grandi proteste per la democrazia e contro il regime castrista dello scorso mese. Il presidente degli USA ha scritto in un comunicato: “Questo è solo l’inizio. Gli Stati Uniti continueranno a sanzionare le persone responsabili per l’oppressione del popolo cubano”. Nonostante le sanzioni americane siano relativamente limitate, potrebbero comunque essere un segnale del fatto che l’amministrazione Biden intenda adottare contro Cuba la stessa strategia di interventi mirati usata negli ultimi anni contro vari paesi, tra cui Venezuela e Russia. 

Questo è solo l’inizio. Gli Stati Uniti continueranno a sanzionare le persone responsabili per l’oppressione del popolo cubano

Joe Biden (Presidente Usa)
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel (a sx) e quello americano Joe Biden

Nei giorni successivi al comunicato Biden era stato duramente criticato soprattutto dai conservatori e dalla comunità di espatriati cubani, che lo avevano accusato di non sostenere a sufficienza le proteste per la democrazia sull’isola, ma il presidente ha ribadito con forza la sua volontà di fermare le violenze per permettere al popolo di ottenere i diritti in condizioni pacifiche. Quindi per il presidente statunitense le manifestazioni dei cubani rappresentano “una chiara richiesta di libertà”, per Miguel Díaz-Canel, si tratta invece di una manovra americana per “asfissiare” e “destabilizzare” l’isola.

Anche se Cuba accusa le sanzioni degli Stati Uniti per le mancanze di cibo e medicinali, come fa notare il Wall Street Journal, “l’embargo non riguarda né il cibo né le medicine”. Al contrario, “penuria di medicinali per malattie curabili sono la normalità a Cuba. La scabbia è oggi facilmente curabile, ma i funzionari della sanità cubana non riescono a impedirne la diffusione”. 

Il paradosso è che Cuba dispone di molti medici, anche adeguatamente preparati, ma durante le fasi più difficili della pandemia il governo preferisce inviare decine di migliaia di professionisti all’estero (anche in Italia) per raccogliere soldi. I paesi stranieri pagano L’Avana in dollari o euro e ai lavoratori va solo una minima parte, il resto viene usato per rimpinguare le casse statali. Cuba produce anche medicine, ma preferisce esportarle per fare profitti piuttosto che metterle a disposizione della popolazione. Questa “strategia della sopravvivenza” medica è tra le cause scatenanti di una protesta senza precedenti.

Michele Vannucchi, italiano originario di Prato ma residente da più di vent’anni a Cuba, dove lavora nella sua azienda agricola, gestisce il gruppo Facebook “Italiani residenti in Cuba” e ci ha illustrato la complessità della situazione, a partire da quella dei nostri connazionali: “Diciamo che un 20% circa ha chiuso i propri negozi, le proprie attività ed è tornato in Italia a causa delle difficoltà economiche. Quelli che sono rimasti sono in maggioranza pensionati che hanno un introito fisso dall’Italia e possono sopravvivere, mentre altri sono dipendenti di multinazionali che hanno lo stipendio garantito «da fuori». Poi ci sono quelli come me che hanno un’attività completamente «cubana» che vanno avanti, ma è difficile”.

Le cronache internazionali raccontano di una situazione critica anche a livello sanitario, anche se l’informazione di regime ridimensiona: posti letto assenti, medicinali scarsi, casi Covid in aumento e inefficacia del vaccino cubano, anche a chi ne ha ricevute tre dosi. Tutto ciò, sostiene il governo, a causa del blocco americano delle importazioni, che ha come conseguenza il fiorire del mercato nero, su cui vengono rivenduti alimenti e medicine a costi esorbitanti, e per via dell’inflazione che arriva all’800-1000% e sta colpendo Cuba nonostante lo stato abbia aumentato lo stipendio del 300-500% (in questo momento, un nostro euro equivale circa a 75 peso).

Foto dal gruppo Facebook “Italiani residenti in Cuba”

Dopo le manifestazioni di luglio“, racconta ancora Vannucchi, “Cuba ha accettato degli aiuti umanitari da Russia, Guyana e Venezuela: riso, zucchero, pasta sono stati distribuiti al popolo e in parte la situazione si è sistemata. Ci sono state anche meno interruzioni di corrente elettrica e con la “libreta de abastecimiento” (un documento rilasciato dallo Stato che consente ai cittadini di acquistare alcuni prodotti a prezzo calmierato, una sorta di tessera annonaria, NdR) hanno aumentato un po’ le razioni di cibo acquistabili”.

Proprio durante quelle proteste ci sono stati anche molti arrestati per «disordine pubblico», tra cui il sacerdote Castro José Alvarez Defesa che è stato detenuto nella città di Camaguey per aver detto su Facebook commentando il Vangelo: «Tutti siamo chiamati a vincere il male». Il padre faceva riferimento anche alla difficile situazione alimentare nel paese, dove si verificano code interminabile per acquistare gli alimenti. 

Ed è questa la differenza sostanziale tra la rivolta dello scorso luglio e quella avvenuta 27 anni prima: l’utilizzo dei social network. Infatti la rivolta ha suscitato particolare attenzione anche grazie all’utilizzo di internet e dei social media, luoghi virtuali in cui i più giovani rovesciano rabbia e frustrazione. Infatti moltissime persone sono state convocate in piazza tramite twitter, più precisamente attraverso l’hashtag #SosCuba. 

È interessante sottolineare come queste vicende che hanno interessato l’isola di Cuba siano finite nell’ombra di altre notizie come, per esempio, quelle riguardanti le olimpiadi inaugurate pochi giorni dopo le proteste. Chiaramente la situazione cubana non può essersi risolta in un mese, considerato la drammaticità della condizione dei cittadini e considerato anche il coinvolgimento di altre potenze internazionali del calibro degli Stati Uniti. Le rivolte potrebbero non essere ancora terminate e nonostante la notizia sia passata in secondo piano, a Cuba i cittadini continuano a lottare per i propri diritti. 

Il popolo cubano è pacifico e disarmato. La violenza è monopolio del governo”, ha ribadito Ivette Garcia Gonzalez, una storica e scrittrice molto stimata, professoressa all’Università dell’Avana, “Ora tutto può succedere. Io invito al dialogo, auspico che si aprano le frontiere agli aiuti per Cuba. Amo la mia patria in grado di diventare da sola democratica”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *