MENS SANA IN CORPORE SANO

Sport

di LORENZO CERIOLI – Simone Biles e Naomi Osaka, due tra le stelle più attese a Tokyo 2020, hanno rilasciato inaspettate dichiarazioni dopo la loro uscita di scena dalle Olimpiadi, alle quali si erano presentate da grandi favorite. La ginnasta americana e la giovane tennista giapponese hanno mostrato debolezze e fragilità che di solito non ci si aspetta da professioniste di questo livello, ma che sono tipiche e naturali per un essere umano. Dall’altra parte Marcell Jacobs, medaglia d’oro nei 100 metri e nella staffetta 4×100, non ha mancato di sottolineare la sua riconoscenza verso la sua mental coach, che l’ha preparato e aiutato psicologicamente ad arrivare pronto per le sue gare.

«Ogni volta che sei in una situazione di stress, vai fuori di testa. La terapia mi ha aiutato molto. Ho combattuto tutti quei demoni, ora devo concentrarmi sulla mia salute mentale e non mettere a repentaglio il mio benessere. Dobbiamo proteggere il nostro corpo e la nostra mente. Nella mia testa ci sono solo io»

SIMONE BILES
Simone Biles, oro olimpico a Rio 2016 (Fernando Frazão/Agência Brasil – Wikimedia Commons)

Che cos’è dunque un mental coach? Qual è il suo ruolo e che compito deve svolgere per aiutare un atleta? Ne dà una definizione Elisa Zanacchi, psicologa dello sport ed esperta in neuropsicologia.

Il Mental Coach, o psicologo dello sport, è un professionista che trasforma la sua competenza in una professione. In particolare, il mental training è una delle aree di cui lo psicologo dello sport si occupa. Questo allenatore speciale si prende in carico un atleta e lo accompagna in un percorso per fargli trovare consapevolezza e sicurezza di sé. Questa figura all’estero c’era già, mentre in Italia si è diffusa con il tempo. Fare allenamento” -spiega la dott.ssa Zanacchi- “non significa solamente allenare il proprio fisico attraverso dei continui sforzi per cercare di ottenere miglioramenti. L’allenamento della propria mente deve essere integrato allo sforzo fisico: grazie ad una mente libera, il corpo riuscirà a rispondere meglio”.

Anche in passato si sono presentate situazioni come quelle di Biles e Osaka alle Olimpiadi?

Per usare un’immagine che tutti gli appassionati sportivi ricordano, la famosa testata di Zidane a Materazzi nella finale di Coppa del Mondo 2006 è un chiaro esempio di come una mente non libera da pressioni, ansie o tensioni possa deconcentrare l’atleta dall’obiettivo e portarlo a compiere gesti di pura follia. In quella situazione il capitano francese ha perso la testa, pur non essendo mai stato un giocatore dall’indole aggressiva. Questo per dire che l’ansia da prestazione negli atleti esisteva già da ben prima di questi avvenimenti e conseguenti dichiarazioni spiazzanti, solo che in passato se ne parlava decisamente molto di meno rispetto ad ora. Oggi molti sportivi riconoscono l’importanza di avere a disposizione un mental coach, perché sanno quanto sia importante allenare la loro mente oltre che il corpo”.

«A volte mi sento davvero come se avessi il peso del mondo sulle spalle. So che lo spazzo via e faccio sembrare come se la pressione non mi influenzasse, ma dannazione a volte è difficile! Le Olimpiadi non sono uno scherzo»

SIMONE BILES

C’è una differenza a livello di gestione di ansia se l’atleta pratica uno sport individuale piuttosto che di squadra?

L’atleta, che lo sport sia di squadra o individuale, deve gestire al meglio le sue emozioni per sé stesso. Chiaro è che se i singoli funzionano, allora anche la squadra lo farà: all’interno di un team conta molto anche la relazione tra i compagni di squadra, che spesso può aiutare a gestire questi problemi di ansia prestazionale. In buona sostanza, l’atleta deve assolutamente essere messo nelle migliori condizioni fisiche ma soprattutto mentali: deve raggiungere il benessere, che ripeto non è solo fisico. L’obiettivo del mental training non è preparare l’atleta per vincere, ma per gareggiare nelle migliori condizioni, per giocarsela al meglio delle sue possibilità con una mente libera. La vittoria sarà il passo successivo, è una cosa che con il tempo vien da sé e pensarci subito è spesso controproducente nella mente di un atleta”.

L’obiettivo del mental training non è preparare l’atleta per vincere, ma per gareggiare nelle migliori condizioni

DOTT. SSA ELISA ZANACCHI

Flavio Fioretti è un allenatore di basket e lavora con atleti professionisti da oltre vent’anni. È una figura ben conosciuta anche a Cremona, dove ha ricoperto il ruolo di vice-allenatore della Vanoli Basket per tre anni, a partire dal 2017. Anche per Fioretti le dichiarazioni di Simone Biles e Naomi Osaka sono un segnale di umanizzazione dello sport.

Credo che sia molto bello che gli sportivi tornino con i piedi per terra, noi tifosi spesso vediamo gli atleti come dei supereroi capaci di tutto, ma anche loro come noi hanno delle distrazioni e delle preoccupazioni, e questo perché siamo tutti esseri umani. Spesso capita che mesi o anni di duro lavoro si racchiudano in quattro quarti, poco meno di 10 secondi o un paio di salti se si parla appunto di corpo libero…non è facile per nessun atleta”.

Per lei che è abituato a lavorare in sport di squadra, in questo tipo di situazioni si lavora di più sul gruppo o sui singoli?

Mi sento di dire su entrambi: una squadra che funziona è composta da tanti singoli che funzionano e che hanno alchimia con il gruppo. Chiaro che per la preparazione di una partita o l’applicazione di schemi o tattiche si lavori di più sulla squadra, i ragazzi devono sapere collaborare insieme sul campo per dimostrarsi squadra. Durante i time out, per esempio, l’intervento dell’allenatore è spesso rivolto a tutta la squadra, ma alcune volte può essere che si concentri anche su un singolo per spiegargli cosa non è andato bene o che cosa si aspetta di meglio da lui”.

Secondo lei ad occuparsi del mental training dev’essere una figura esterna rispetto all’allenatore?

Ci sono dei pro e dei contro: una figura esterna per esempio può aiutare gli atleti a staccarsi un attimo dal punto di vista tecnico e tattico e a concentrarsi esclusivamente sulla propria mente; una figura interna invece, che può essere lo stesso allenatore, conosce più dinamiche all’interno del gruppo che sta allenando e questo può aiutare nella gestione generica”.

«Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa delusione fa schifo più delle altre. Le pressioni su di me qui sono tantissime, ma sono alla mia prima Olimpiade e non sono stata capace di reggere questa pressione»

NAOMI OSAKA

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