DISAGIO GIOVANILE: ESISTE UNA “GENERAZIONE DAD?”

FuoriLiceo Grandi Temi

di ALICE PIROLI – Il 21 febbraio 2020 le nostre vite sono cambiate per sempre. Dal momento in cui è stato individuato il primo paziente italiano contagiato dal Covid-19 abbiamo iniziato a vivere un trauma, un’esistenza caratterizzata da chiusure, distanze e difficoltà in ogni ambito. La pandemia, poi, è stata la cassa di risonanza di un disagio già esistente. Negli ultimi mesi c’è stato un generale peggioramento della salute mentale dei ragazzi, con un conseguente incremento dei casi di anoressia, depressione, cutting e cyberbullismo. In un mondo instabile e precario, gli adolescenti sono stati la fascia della popolazione che ha maggiormente sofferto, che ha dovuto condurre un’esistenza privata di qualsiasi relazione sociale e della scuola. Esistono dunque una “Generazione COVID-19” e una “Generazione DAD”?

Il prof. Massimo Recalcati, docente di “Psicoanalisi, estetica e comunicazione” presso la IULM di Milano

Partendo da questo quesito, mercoledì 9 giugno si è sviluppata la lectio magistralis dalla Fondazione Francesca Rava, che aiuta l’infanzia in condizioni di disagio in Italia e nel mondo, a cui ha partecipato la presidente Maria Vittoria Rava. Condotto dalla giornalista Sky Tg24 Ilaria Coviello e avente come relatore principale lo psicoanalista Massimo Recalcati, l’incontro è stato il primo di una serie di webinar dedicati alla salute dei minori promossi dalla fondazione stessa.

Ogni tempo di crisi tende a pesare maggiormente su chi è più fragile e vulnerabile, “ma è sempre un errore identificare un soggetto col trauma che ha subito” ha spiegato il clinico (già fondatore e presidente di “Jonas Onlus: Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi”, docente universitario e autore di numerosi libri sul tema della psicanalisi), poiché così si rischierebbe la sua deresponsabilizzazione, consolidando la posizione dell’individuo come vittima. Non si può quindi affermare che esista una Generazione DAD e una Generazione COVID. È ovvio che la didattica a distanza non sia il sistema di apprendimento migliore possibile, ma una supplenza necessaria alla vita della scuola. Scuola che non è solo il luogo della didattica, ma è una comunità. Non esiste una scuola ideale, ha proseguito Recalcati, “quello che noi avevamo nel tempo della chiusura fisica della scuola era la dad e dunque gli insegnanti hanno fatto educazione con quello che avevano. L’educazione si fa sempre con ciò che c’è, non con ciò che si sarebbe dovuto avere.” Di fronte ad uno schermo c’è la possibilità non solo di proseguire la didattica, ma anche il lavoro della formazione. I ragazzi hanno perso l’incontro con la comunità, ma gli insegnanti hanno consentito alla scuola di restare aperta. La dad è stata quindi un’impresa educativa estrema, portata avanti da docenti che veramente hanno dato una testimonianza di resilienza.

Non si deve quindi incoraggiare l’identificazione della vittima, ma neanche sminuire il trauma. Che c’è stato, i segni della sofferenza ci sono, ma bisogna prenderli non sul lato del vittimismo, ma come una prova difficile che per molti ha avuto la necessità di un sostegno supplementare. I clinici, infatti, hanno assistito ad un innalzamento della domanda di aiuto da parte dei ragazzi e dalle famiglie, ma “uno dei disagi maggiori che si sta manifestando adesso è la difficoltà di ritornare alla vita normale”. È come se avessimo due facce di una stessa medaglia: da una parte comportamenti che rivendicano in modo assoluto la libertà e coincidono inevitabilmente con irresponsabilità, dall’altra il fenomeno più clinico della difficoltà di ritornare alla libertà. L’esperienza del confinamento ha rafforzato i comportamenti fobico-sociali e gli psichiatri sostengono che lo strascico maggiore di quest’esperienza sarà nella diffusione del disturbo post-traumatico di adattamento, ovvero la difficoltà di reinserimento sociale. Il confinamento ha avuto anche l’effetto di accrescere l’angoscia e sviluppare un sentimento di imprigionamento e del rischio di perdere il mondo. Invece di offrire ai ragazzi l’alibi delle vittime, occorre insegnare che “la libertà non è far quello che si vuole, la libertà non è una proprietà individuale, ma è sentirsi parte di un insieme, far parte di una comunità”, ha concluso Recalcati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *