Terra dei fuochi, dove la “munnezza” è oro

FuoriLiceo

di FILIPPO GIAZZI –Dottò, la munnezza è oro!”: parole del pentito camorristai Nunzio Perella, tratte dalla testimonianza che rilasciò ai magistrati di Napoli nel 1992 durante un interrogatorio nel quale, purtroppo, confessò la cruda verità.

In effetti, nessuno immaginerebbe che dietro all’immondizia, “‘a munnezza”, si nasconda un tesoro sommerso che frutta alla malavita facili guadagni e montagne di denaro sporco, mettendo seriamente a repentaglio l’ambiente e di conseguenza la salute pubblica. Una fitta rete di imbrogli e di segreti, di cooperative fantasma dalla vita massima di 1 o2 anni, di nomi fittizi, accordi tra potenti e trasporti illegali è alla base di uno tra i problemi più pericolosi e meno discussi in Italia: le “ecomafie”.

Ma cosa si intende esattamente con questo termine?

Sono associazioni criminali che gestiscono e smaltiscono illegalmente rifiuti di carattere “speciale” provenienti da tutta la penisola italiana, oltre a sfruttare gli animali e a pilotare appalti pubblici. I danni ambientali che conseguono dalle loro azioni sono ingenti e si manifestano maggiormente in una determinata zona della Campania, la fascia di terra situata tra la provincia di Napoli e quella di Caserta, che comprende ben 38 comuni ed è da tutti tristemente conosciuta come la “Terra dei Fuochi”. Un’infinita catena di roghi e incendi dolosi mette a ferro e fuoco questi territori; i fumi rilasciati sono talmente tossici da rendere l’aria irrespirabile, è persistente un intenso odore acre emanato dagli idrocarburi e la salute della popolazione è in continuo peggioramento: aumentano i casi di tumore, di malattie delle vie respiratorie, di leucemie e di malformazioni neonatali. Questo pericoloso fenomeno nasce dallo smaltimento errato di rifiuti altamente inquinanti come metalli pesanti, amianto, scarti edilizi, pneumatici, coloranti e diluenti, ma anche scorie nucleari, acidi e rifiuti farmaceutici e ospedalieri.

Il corretto procedimento di smaltimento di questo tipo di rifiuti prevede  tempi lunghi e procedure molto costose, nonostante alcuni incentivi da parte dello Stato, che fanno “storcere il naso” ai grandi imprenditori, i quali trovano più vantaggioso affidare e delegare il compito alla mafia. Il profitto dunque non sta tanto negli introiti, quanto nel risparmio. Tutti ci guadagnano, soprattutto i camorristi, che riempiono le loro tasche di denaro sporco, trasformando la rigogliosa e vitale “Campania Felix” in una vera e propria discarica a cielo aperto.

Il modus operandi è sempre lo stesso. Per il materiale di scarto a prova di rogo abusivo, solitamente vengono scavate buche e cave profonde. In alternativa lo stesso materiale viene abbandonato nei pressi di campi coltivabili, (intaccando e rovinando, quindi, la genuinità della produzione agricola) o ancora nelle fogne, nei fiumi oppure nei Regi Lagni, un’antichissima opera di bonifica idraulica, costituita da una fitta rete di canali che si estendono nel sottosuolo della Terra dei fuochi. Riversando qui i rifiuti, viene colpito l’intero sistema idrico della zona e non solo: il materiale inquinante giunge fino alle coste per poi confluire direttamente nello splendido mare del sud.

La mappa della Terra dei fuochi (dal https://www.vigilfuoco.it/sitiVVF/caserta)

Lo smaltimento illegale avviene nell’ombra, tramite lo sfruttamento di immigrati senza identità o requisiti precisi, di clandestini anonimi, quindi difficilmente rintracciabili dalle forze dell’ordine, di persone povere e in condizioni economico/sociali precarie che sono costrette a mettersi nelle mani della criminalità pur di guadagnare qualcosa per vivere. Oltre ai danni ambientali e al lavoro in nero, in questo modo prendono piede casi di razzismo e discriminazione. Non dimentichiamoci anche che a rimetterci è l’immagine della Campania stessa. Il danno, incentivato purtroppo anche da un’iniziale disinformazione giornalistica, è stato tale da portare negli anni passati a un crollo dei prezzi: gli imprenditori dovevano vendere i propri prodotti a cifre stracciate, persino la famosissima e iconica mozzarella di bufala ne ha risentito, segnando un forte calo nelle vendite e venendo bistrattata e malvista.

La malavita opera e si arricchisce alle spalle di tutti ormai da anni: basti pensare che la stima dei guadagni illegali solo nel 2019 è di 19,9 miliardi di euro mentre dal 1995 ad oggi di circa 419 miliardi di euro.  Con l’arrivo del Covid, la criminalità è stata persino agevolata nel raggiungere i propri scopi e i profitti sono cresciuti a dismisura. Ovviamente la Campania non è l’unica zona incriminata, anzi si ha la certezza che il maggior numero di rifiuti trasportati provenga dal nord dell’Italia, in particolare dalla Lombardia, dove sta continuamente prendendo piede la diffusione di fuochi appiccati illegalmente, tanto da costarle il soprannome di “Terra dei fuochi del Nord”. Fortunatamente qui la situazione appare più sorvegliata dallo Stato e dalle autorità, che hanno commissariato ben 29 Comuni e, nell’anno appena trascorso, hanno eseguito il maggior numero di arresti riguardanti reati e infrazioni legati alle ecomafie.

L’opinione pubblica non può continuare a rimanere indifferente di fronte a tutto questo, non può più accettare di vedere il proprio territorio e i propri cari morire per malattie atroci senza combattere.

Don Maurizio Patriciello incontra Papa Benedetto XVI (dal profilo Fb di don Patriciello)

Il problema è stato sollevato e dal 2015 il danno ambientale è riconosciuto come reato penalmente perseguibile e proprio recentemente l’ISS, l’Istituto Superiore di Sanità, ha confermato con una nuova indagine la correlazione tra lo smaltimento illegale dei rifiuti e l’alta incidenza di malattie oncologiche. Tutto questo, però, non è ancora sufficiente per poter garantire una qualità di vita accettabile in quella terra così  martoriata e sfruttata e per conoscere meglio e più direttamente il problema, all’inizio del mese di maggio alcune scuole cremonesi (Vida compreso) avranno l’occasione di dialogare con don Maurizio Patriciello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo a Caivano in provincia di Napoli, sacerdote che si batte per la sua terra e per la sua gente mettendo a repentaglio la propria vita. “Qua dobbiamo alzare la voce”, dichiarò don Patriciello in un’intervista rilasciata l’anno scorso, simbolo del suo coraggio e della sua grande forza di volontà.

Le sue parole cariche di speranza si contrappongono, prepotentemente, alle idee malsane insite nella dichiarazione del pentito Nunzio Perella, dalla quale emergono tutte le problematiche che sono ormai da tempo radicate nella società campana. Mentre i malavitosi ricercano, quindi, ricchezza ed agio nella distruzione, senza preoccuparsi delle conseguenze a breve/lungo termine sull’ambiente e sulla salute pubblica, il religioso continua la sua battaglia estenuante per una vita sana ed ecosostenibile.

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