SOGNANDO DI VIVERE IL CARNEVALE

Oltre il Prof

di ANNA CECCHINI* – Ho un ricordo bellissimo di Venezia proprio per esserci andata, con la collega Paola, con due classi del Vida e per aver avuto l’opportunità di apprezzare la città attraverso gli occhi di un artista veneziano, Gianmaria Potenza, e di sua figlia Matilde, rispettivamente nonno e madre di Enrico Scarani di 5AS.

Venezia è senza dubbio una bellissima città, eclettica nelle sue architetture che si specchiano nella laguna. È una città romantica, scarsamente amata dai Futuristi, ma vivace e dinamica per gli affollamenti che, in un tempo normale, caratterizzano i suoi campi e campielli. È  stato malinconico l’altra sera, in una ripresa del telegiornale, vedere una città vuota, con le vetrine chiuse, spettro di un territorio unico, per il flusso turistico che di solito la connota.

Tra i molteplici eventi che caratterizzano la sua cultura, al primo posto  è sicuramente il Carnevale di Venezia, da sempre garanzia di una tradizione longeva e di un’arte raffinatissima, nella conformazione di abiti e maschere dalle fatture più ricercate e particolari. Carnevale è un termine che secondo gli esperti può derivare sia da “carrum novalis” ossia “carro navale”, una sorta di carro allegorico, a forma di barca, con cui gli antichi romani inauguravano le loro commemorazioni, sia da “carnem-levare”, ossia “togliere la carne”, facendo riferimento al periodo che precede la quaresima.

In un modo o nell’altro noi sappiamo che il Carnevale propone, oltre ai due giorni di vacanza dalle attività scolastiche, anche una forma di bellezza artistica, connotata da singolare e creativo buon gusto, nelle forme, nei colori e nei materiali delle maschere. Queste, ora, stazionano, come soprammobili nelle vetrine, con occhi ciechi perché guardano un mondo che non c’è, in un tempo “senza tempo”.

Anche l’Arte, attraverso i tempi e gli stili, ha veicolato questo tema e le sue mutate caratteristiche, soprattutto facendo della maschera l’icona dei sentimenti e delle civiltà. Mistero, enigma, seduzione incarnano le maschere veneziane, che vanno di pari passo con la vita della Serenissima. La maschera (dall’arabo “mascharà”, scherno, satira) è sempre stata, fin dai tempi più antichi, uno degli elementi caratteristici e indispensabili nel costume degli attori. Col passare del tempo, la maschera, diventa simbolo della necessità di abbandonarsi al gioco, allo scherzo e all’illusione di potersi sostituire al proprio ceto sociale, esprimendo quindi diversi significati: la festa, la trasgressione, la libertà e l’immoralità.

La maschera quindi, calata sul volto, cela, sia pur per un breve periodo, la vera personalità dell’individuo, nonché la fisiognomica facciale. Ben presto la maschera divenne simbolo della libertà  da tutte le regole sociali imposte dalla Repubblica Serenissima a Venezia. Più di 10 erano le botteghe ufficiali a Venezia per la produzione di maschere, ma la richiesta e l’utilizzo erano tali che si cominciarono a fabbricare “in nero”, dando lavoro a tante persone e riuscendo, così, ad intensificarne la produzione e la diffusione a livello europeo. Le maschere erano artigianali, (e lo sono ancora oggi) fatte di cartapesta e ne venivano prodotti diversi modelli, in diversi colori e decorati con gemme, tessuti e nastri. La maschera non era utilizzata solo durante il periodo di Carnevale ma in molte occasioni durante l’anno, inoltre, durante tutte le manifestazioni più importanti come banchetti ufficiali o feste della Repubblica, era consentito l’uso di Bauta e Tabarro.

Nei dipinti di Pietro Longhi Falca ciò si osserva, quindi la maschera fa parte dello stile di vita, degli usi e costumi di una società, in un tempo storico definito. A Venezia il Settecento è caratterizzato da questa società elegante e raffinata che nasconde, dietro la maschera, la crisi del suo tempo, alle soglie dell’industrializzazione.

Emil Nolde, influenzato da Vincent Van Gogh, Edvard Munch e James Ensor, portò a nuovi e più drammatici effetti la visione tormentata e gli esperimenti con il colore. Era un Espressionista, pertanto i suoi visi deformati, la pennellata sinuosa e i colori puri e stridenti provocavano nell’osservatore uno shock visivo ed emotivo. Nelle sue opere prevale il colore, steso con grandi pennellate, a detrimento del disegno. Il suo stile cambiò poco nel corso della sua vita, e dipinse soprattutto scene con personaggi dai volti simili a maschere grottesche che esprimono rozze emozioni primordiali, ma nascondono le emozioni vitali ed il dramma dell’esistenza.

Le maschere di Ensor sono invece simboli che, attraverso la tipizzazione, sono capaci di parlare di condizioni universali del vivere, ( Le maschere e la morte, 1897 ) trasformando la sofferenza dell’uomo in forme grottesche, assiepate come in un incubo doloroso attorno alla maschera più drammatica di tutte: la morte oggettivata nel teschio che la richiama paurosamente. La deformazione è la caratteristica tipica dell’Espressionismo. Spesso la deformazione nasconde una tensione, un giudizio critico nei confronti della società e dei suoi conformismi: la maschera caricaturale, con l’accentuazione di alcuni tratti fisiognomici, fa trapelare una contestazione nei confronti della borghesia cittadina denunciando un’oppressione del soggetto nel contesto urbano. Trovano quindi una motivazione nei colori e nelle forme acute, a volte incomprensibili, di cui è piena la società.

Considerando il fatto che oggi, al tempo della pandemia, possiamo solo osservare i dipinti o sognare il tempo carnevalesco ….cerchiamo almeno di gustare quanto di meglio il Carnevale ci riserva, come tradizione, nell’arte culinaria…

*Docente di Disegno e Storia dell’arte del Liceo “M.G. Vida”

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