“L’imperfezione esiste: per questo gli altri ci amano”

FuoriLiceo

di ANGELICA OLEOTTI – Serena è una donna di 32 anni, vive a Milano e adesso è una persona solare e sorridente. Adesso. Ma nel passato di Serena c’è un lungo periodo buio. Anche se giovane ha già conosciuto un demone che ha provato a distruggerle la vita, ma lei, con grande coraggio e con tanta forza, oggi può dire di averlo sconfitto. Serena riesce a parlare di questo brutto momento con il sorriso sul volto, riesce a trasmettere tutto ciò che ha passato, è una donna forte e intraprendente. «In un primo momento ho sofferto di anoressia, poi di binge eating, ma non sono mai riuscita a definire l’inizio e la fine di queste malattie. Ora però, riguardando il mio passato, riesco a capire che c’erano dei segnali che mi portano a pensare che il mio rapporto con il cibo fosse disfunzionale. Il periodo della laurea specialistica è stato quello dove si notava più questa mia condizione, quando il peso era molto calato. Poi ho ripreso il peso che avevo perso, ma era solo guarito l’aspetto esteriore: ma tutto ciò che provavo c’era ancora, era ancora tutto dentro di me. Questo è quello che ha determinato la seconda fase di binge eating».

Per Serena comunque, in entrambe le fasi, il cibo è stato un avversario. «Di più, un nemico. Nella fase di anoressia una persona allontana il cibo, lo rifiuta, fino ad arrivare ad essere distrutto. Nella bulimia invece una persona non lo vorrebbe, ma non c’è nulla che non ti porti a pensare esclusivamente al cibo. Sei dipendente da esso”».

Serena riconosce che ci fosse qualcosa di sbagliato in quello che credeva, le sue insicurezze, le paure di affrontare l’incerto, le attenzioni che dava ai giudizi altrui: erano tutte cose a cui lei dava troppo ascolto in questi anni di difficoltà. «In un primo momento non me ne sono resa conto ma dentro di me a volte mi dicevo: “questa non sono io, non sono la persona che vorrei essere”. Quindi ne ho parlato con mia mamma e lei, essendo medico, mi ha dato il riferimento di una nutrizionista: è stata lei ad accorgersi che la problematica era il rapporto che avevo con il cibo e quindi mi consigliò una psicoterapeuta».

Uno sbaglio, quasi un peccato, qualcosa di cui non andare fieri: questo era il rapporto di Serena con il cibo. «Nella fase bulimica quando avevo gli attacchi di fame mi sentivo in colpa, mi vergognavo di quello che facevo. Questo sentimento è difficile da controllare perchè lo puoi avere anche mentre ti abbuffi, ma non riesci comunque a smettere: è un controsenso pauroso, ma è così. Ti senti sporco e dopo l’atto del mangiare cerchi di espiare le tue colpe, cerchi dei rimedi per farti sentire meno in colpa».

La storia di Serena è fatta di dolore e lotta, ma su quel terreno martoriato hanno germogliato anche forti consapevolezze. «Da questa mia storia ho imparato che l’imperfezione esiste, ed è forse per questa caratteristica che gli altri ci vogliono bene, perché noi ci mostriamo umani e non perfetti». Un’affermazione che sottolinea quanto tutti noi siamo diversi; tutti gli uomini e tutte le donne hanno qualcosa che da loro stessi è considerata un difetto, una mancanza che non sempre è importante riuscire ad “aggiustare” perchè noi siamo belli così.

Nel rapporto con le persone nuove, quelle conosciute da poco, questa pagina della tua vita tendi a nasconderla o invece ne parli liberamente? «Io con queste persone mi sento del tutto libera di raccontare la mia storia, non ho paura. Non ho poi mai riscontrato delle reazioni negative, non mi hanno mai detto “oddio sei stata malata, sei una pazza”. Mi dicono: ok va bene così. Io penso che le nostre storie siano belle proprio perchè abbiamo delle difficoltà e grazie ad esse noi siamo quello che siamo. Pensando alla me di quel periodo, alla sua storia, ero solo una ragazza che provava a fare tutto nell’ottica della perfezione, senza errori e quindi non avevo nulla di particolare da raccontare. Ora invece sono in grado di ascoltare davvero la mia fame e per me la bellezza è questo: avere fame e allora decidere di prendere un pezzo di pizza senza preoccuparmi del dopo».

Un “dopo” che nella vita di Serena si è anche riempito di amore, una parola a cui ha saputo dare un significato nuovo. «Io lo cercavo, ma non solo dalla famiglia, anche da  famigliari e amici. Sono cresciuta in un ambiente poco disposto a dare dimostrazioni di affetto, invece io mi sono scoperta una persona che ha bisogno di darne, di mostrare i propri sentimenti. Però, prima di capire questa mia necessità, mi vergognavo di dimostrarlo. Invece adesso, nella mia famiglia, sono io la prima a dire “ti voglio bene” o solo a dare un semplice abbraccio. Dimostrare amore, non vergognandomi, mi ha posto in una posizione in cui anche io sono in grado di riceverne».

Serena, da circa un anno, ha deciso di fare “un salto nel vuoto”, come lo chiama lei. Ciò che ha passato con la malattia le ha fatto capire che le cose che stava facendo non la soddisfacevano. Dall’avere una laurea in economia e dirigere gli aspetti finanziari di una società ha deciso di mollare tutto e iniziare una nuova sfida. Prendendo coscienza di se stessa, ha messo tutto in discussione e adesso sta studiando per entrare in un nuovo settore, quello delle Onlus, organizzazioni non governative. «Ho fatto questo salto nel vuoto che, se non fossi venuta fuori della malattia, probabilmente non avrei fatto perché sarei ancora ad assecondare degli schemi e a cercare di dimostrare agli altri la mia “perfezione” e non i miei desideri».

Foto dell’articolo: https://pxhere.com/

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