La Brexit spiegata a un adolescente

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di VINCENZO PAOLO SANTELIA –Molto banalmente, dal febbraio 2021 il Regno Unito è formalmente un paese straniero”: con queste parole Fabio de Nardis, professore di sociologia politica all’Università del Salento e di Foggia, ci aiuta a definire un fenomeno complesso come la Brexit. Se prima infatti gli inglesi erano cittadini comunitari, quindi membri dell’Unione europea, adesso sono extracomunitari: un’uscita, la loro, che ha ragioni profonde.

Fabio de Nardis, docente di sociologia politca all’Università del Salento (da https://www.unisalento.it)

La Gran Bretagna, soprattutto l’Inghilterra e il Galles, è o si è sempre percepita culturalmente come qualcosa di diverso rispetto al resto del continente. Anche le sue relazioni estere sono prevalentemente transatlantiche”, spiega il professor de Nardis, aggiungendo che i risultati del referendum rispecchiano una serie di conflitti interni alla società britannica: se infatti nel 2016 vinse il fronte favorevole alla Brexit, esso ha vinto con una maggioranza abbastanza risicata (meno del 52 %, quindi uno scarto di poco inferiore al 2 %) e ha visto la maggior parte dei voti favorevoli provenienti dall’Inghilterra e dal Galles, contrapposti in questo caso alla Scozia e all’Irlanda del Nord. Ma non solo.

Brexiteer era anche la maggioranza degli elettori più anziani, provenienti dalle campagne o dotati di un livello di istruzione inferiore (“non ignoranti, semplicemente meno formati”) – contrapposta ad un elettorato metropolitano, mediamente più giovane ed istruito. Un enorme mosaico, o meglio, una “geografia plurale” – come dice lo stesso professore – che ora vive nel Regno Unito non più europeo, con tutte le conseguenze del caso. De Nardis cita l’esempio di un suo amico che ha deciso di non mangiare più riso, per il semplice fatto che il suo prezzo, come quello di molti altri prodotti importati, è aumentato molto rispetto al periodo pre-Brexit. Ed è infatti proprio sulla circolazione di merci e persone che si sono visti gli effetti più significativi, anche se ovviamente si va ben oltre il caso del piatto di riso: la crisi che ha scosso l’istruzione universitaria è stata piuttosto forte, dati i legami col continente per i programmi europei di scambi culturali: “[in quanto docente universitario] avevo stretto accordi Erasmus con il Galles e con la Scozia. -racconta il sociologo- Già lo scorso anno i dipartimenti gallesi e scozzesi hanno interrotto questi accordi pur non sapendo come si sarebbe configurato l’accordo sulla Brexit. Ora i nostri studenti non potranno più usufruire dell’Erasmus con il Regno Unito. (…) [la richiesta di un visto] è un meccanismo procedurale che può fortemente disincentivare la mobilità internazionale. I giovani sono indubbiamente i più colpiti”.

Ma non solo i giovani europei avranno difficoltà a godere dell’istruzione britannica, a causa della macchinosità burocratiche per richiedere visti e permessi. Saranno gli stessi giovani d’Oltremanica ad essere danneggiati: una parte considerevole dei finanziamenti alle università britanniche proveniva infatti da fondi europei e, venendo meno questi, molti centri rischiano di chiudere.

Nel paese della Thatcher, queste politiche decisamente neoliberali non sono affatto una novità, spiega de Nardis: fu proprio lei che durante tutti gli anni ’80 del secolo scorso, da primo ministro e leader del Partito Conservatore del Regno Unito, tagliò i fondi ai servizi pubblici, aumentò le tasse indirette (che colpiscono tutti indistintamente, favorendo dunque i più ricchi), abbassò quelle dirette (che appunto colpiscono direttamente il reddito) e indebolì i sindacati, riuscendo a spostare il baricentro economico nazionale dall’industria alla finanza. Già allora, fra la classe operaia (ma anche fra la nascente comunità queer e la sottocultura punk che più volte protestarono l’una di fianco all’altra) queste politiche erano largamente avversate, e questa opposizione raggiunse il culmine quando ad applicarle arrivò l’Unione Europea, alimentando sentimenti antieuropeisti.

Intanto però questa opposizione aveva cambiato connotati politici: de Nardis introduce il concetto di “destatisticazione”, ovvero l’estrema importanza data a particolari temi senza che la si possa supportare con dati significativi, facendo l’esempio dell’immigrazione: se si va a guardare i dati effettivi sull’immigrazione in Italia o nel Regno Unito, non si trovano numeri sensazionali – ciononostante “quando le cose vanno male, è sempre meglio prendersela con chi sta peggio di noi”.

L’attuale premier Boris Johnson (a sx) e il suo predecessore David Cameron. Tra i due mandati quello di Teresa May (da news.sky.com)

Politicamente parlando, la Brexit è stata per i conservatori “fondamentalmente, una promessa elettorale mantenuta”: nel Regno Unito, al contrario di altri paesi europei (grazie ad un sistema elettorale particolare dove il partito più votato ottiene la maggioranza a prescindere), un partito riscopertosi sovranista e ostile alle politiche di austerità è riuscito ad imporre le proprie politiche senza doversi moderare. Ciononostante, i tempi sono stati lunghi: David Cameron, il premier che indisse il referendum, si dimise appena venne dichiarato che i favorevoli alla Brexit avevano vinto il referendum; Theresa May lo succedette, senza però riuscire a concludere con Bruxelles nessun accordo, che sarà invece portato a termine dal suo successore ed attuale premier, Boris Johnson. E poi? “Non sono un futurologo ma va detto che Johnson vince quando c’è una ventata populistica di carattere sovranista a livello mondiale. Johnson vince quando c’è Trump. (…) Credo che la vittoria di Biden, al di là di quello che possiamo pensare di Biden o della politica americana, possa avere un condizionamento sulla Gran Bretagna e sulla politica britannica”.

APPROFONDIRE, CAPIRE E FARSI UN’IDEA

SMARTMONEY – La brexit spiegata coi disegnini

EUNEWS.IT – Brexit, tutti i numeri del voto

LASTAMPA.IT – Il pentimento di chi non voleva la Brexit: Gran Bretagna meglio di tutti

LINKIESTA.IT – Tribes of EuropaLa serie tv ispirata alla Brexit che spiega l’antieuropeismo con la distopia

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