Il caporalato, sfruttamento senza dignità

FuoriLiceo

di FRANCESCA GALIMBERTI – Paola Clemente aveva 49 anni, era madre di famiglia, e per quindici anni è stata  schiava del caporalato nelle campagne di Andria. Era il 13 luglio 2015 quando il cuore di  Paola ha cessato di battere, straziato dalle troppe ore sotto il sole per un “lavoro” che non  rispetta nemmeno le più piccole necessità umane.

Paola Clemente, morta nel giugno 2015 mentre lavorava in un vigneto

Paola lavorava da ore sotto a un tendone per l’acinellatura dell’uva, pagata due euro l’ora: il suo compito era quello di togliere dal grappolo gli acini più piccoli, in modo che i chicchi rimanenti crescessero grandi e succosi. Ma lei non ne avrebbe gustato il sapore: lo faceva soltanto per riuscire a nutrire i suoi figli, per dar loro quella piccola speranza di vita che il caporalato ha poi brutalmente strappato via dalle loro mani.  Due anni dopo sei persone sono state arrestate per la morte della quarantanovenne e,  grazie all’insistenza del marito e dei figli, la Procura di Trani ha aperto un fascicolo sul  caso.

Ma cosa significa esattamente “caporalato”? La parola indica l’attività  criminale dei caporali che, soprattutto nell’Italia meridionale, sono coloro che reclutano operai e  braccianti agricoli per sfruttarli nei campi per la raccolta di frutta e verdura di stagione o in  cantieri edili abusivi, privi cioè di autorizzazione. I caporali nelle prime ore del giorno  cercano la manodopera che durante la giornata dovrà lavorare, fuori da ogni controllo e  senza alcuna assicurazione.

Questa pratica, già nota per la sua illegalità, è diventata la prerogativa di organizzazioni  mafiose, che sono riuscite ad infiltrarsi anche nel mondo dell’agricoltura per riuscire a sfruttare al massimo il lavoro “in nero”, motivo per cui oggi si parla di agro-mafie, un ambito della criminalità organizzata che  attualmente in Italia ha un valore di oltre 20 miliardi di euro.

I caporali procurano quotidianamente persone che lavorano per i proprietari delle imprese e, in  cambio, ricevono una una somma di denaro che sfugge alle maglie del fisco e della legalità. Di questa somma solo una parte irrisoria finisce a chi nei campi o nei cantieri versa il suo sudore. Ad essere sfruttati  sono soprattutto gli immigrati clandestini che, essendo senza permesso di soggiorno, non possono accedere a lavori regolari e sperano in una migliore condizione di vita, senza però sapere che, finendo nelle mani di queste  persone, ne diventano loro schiavi.

Secondo l’ISTAT, ad oggi, un terzo del lavoro agricolo è in nero.

Il fenomeno del caporalato si è diffuso maggiormente con i movimenti migratori provenienti dall’Africa, dalla Penisola Balcanica, dall’Europa orientale e dall’Asia. L’occupazione agricola in Italia si contraddistingue per i rapporti di lavoro instabili, di breve  durata e caratterizzati dalla molto accentuata stagionalità; in questo contesto ci si  approfitta delle condizioni di vulnerabilità dei migranti che diventano un vero e proprio  bacino di lavoro sottopagato e dequalificato. Si tratta di vero e proprio sfruttamento, in quanto migliaia di braccianti sono costretti a trascorrere le loro giornate in campi o cantieri con temperature che arrivano anche a superare i quaranta gradi, senza  poter bere o mangiare, diventando spesso anche vittime di violenze. Un altro tratto cruciale di questo fenomeno è il monopolio del sistema di trasporto, che costringe i braccianti a dover pagare anche lo spostamento verso i luoghi di lavoro.

La pratica del caporalato è diffusa in varie parti del mondo, in Italia soprattutto nelle regioni meridionali, ma da qualche anno anche la Lombardia sta diventando scenario di questa attività illegale, soprattutto nelle zone della bassa Cremasca e Mantovana per la raccolta  del pomodoro, nella Bergamasca per le insalate pronte, fino ai campi del Mantovano, noti  per la coltura del melone. Secondo l’ultimo report di Regione Lombardia sulle agro-mafie, i lavoratori vengono pagati tra i due e i tre euro l’ora o fino a tre euro a cassone di merce raccolta. Un’altra caratteristica del fenomeno del caporalato, secondo i dati dell’Osservatorio “Placido Rizzotto” che risalgono al 2016, è la percentuale esorbitante di donne coinvolte in  questa pratica: su 430mila lavoratori, il 42% sono di sesso femminile.

In seguito alla morte di Paola Clemente, nel 2016, il Governo italiano ha approvato una  legge per contrastare il caporalato, che prevede la pena di reclusione da cinque a otto  anni affiancata da una multa che va da mille a duemila euro per ciascuna persona reclutata. Il 20 febbraio 2020 il Governo ha anche approvato un Piano di Lavoro triennale per contrastare il caporalato, a cui sono stati destinati 700milioni di euro.

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