Caporalato ai tempi del Covid: gli invisibili e noi

Vita da Vida

di FRANCESCA GALIMBERTI – Pieno lockdown, circa un anno fa. Un bracciante indiano di 33 anni, schiavo del caporalato nel sud Pontino, dopo aver appreso della diffusione di un nuovo virus e della  necessità di indossare la mascherina, si reca dal padrone chiedendo di fornirgli i dispositivi di protezione.

Quest’ultimo, dopo aver risposto negativamente alla richiesta, motiva il tutto dicendo che se avesse speso soldi per comprare la mascherina a lui, li  avrebbe dovuti spendere per tutti gli altri e definisce la richiesta del ragazzo “atto di  insubordinazione”.

Dopo tutto questo l’uomo viene  licenziato senza aver ricevuto lo stipendio che gli  spetta e una volta tornato dal padrone per chiedere che gli venisse pagata almeno una  parte del tempo trascorso a lavorare per lui, viene  nuovamente mandato via.   Il padrone però non si accontenta, lo insegue assieme al figlio e lo investe alle spalle con il furgone dell’azienda,  provocandogli la rottura della testa e di un braccio.  Il ragazzo, consapevole dei suoi diritti, non appena ripresa conoscenza si rivolge alle forze dell’ordine: un “atto rivoluzionario”.

Grazie a questo gesto, il padrone viene arrestato e con lui il figlio; si tiene un processo in cui la vittima decide di testimoniare, e sarà fatta giustizia.  Prima di andare in aula, il padrone tenta di ricattare il trentatreenne dicendogli che se avesse ritirato la  denuncia gli sarebbero stati dati tutti i soldi che gli spettavano. Ma il ragazzo rifiuta con una  frase che sancisce un radicale cambiamento di consapevolezza di questi braccianti: “No, perché io non lo faccio per soldi, ma per la giustizia”.

Il racconto di questa triste, dura e sconosciuta vicenda di caporalato viene da Marco Omizzolo, giornalista e sociologo impegnato in prima linea contro questa piaga sociale, ospite del Centro di promozione della legalità di Cremona in una conferenza a cui hanno assistito centinaia di studenti. Una conferenza sul caporalato, sugli “invisibili”, divenuti ancora più tali dall’esplosione della pandemia di Covid.

“Il caporalato, lo sfruttamento, le agromafie non sono fenomeni “distanti”, non è qualcosa che accade lontano da noi. Lavorando come infiltrato in mezzo ad un gruppo di ragazzi indiani, mi resi conto che esiste un sistema criminale dietro gli ortaggi che arrivano sulle nostre tavole: si lavorava 14 ore al giorno, tutti i giorni, alle dipendenze di un “padrone” che ti costringeva ad abbassare la testa e a fare tre passi indietro quando ti rivolgevi a lui. Ecco, di fronte a questi soprusi, alla violenza delle bastonate, ho deciso di indagare più a fondo”

Marco Omizzolo, che per le sue inchieste ora vive sotto scorta, ha parlato di se stesso, di ciò che l’ha spinto a infiltrarsi, a rischiare in prima persona e ha confessato che parlando con i braccianti ha ritrovato la storia di suo nonno: costretto ai  lavori forzati in Tunisia dal regime nazista e a tre anni di campi profughi una volta giunto in Italia. Per questo ha sentito il dovere di prendere una posizione  di fronte a queste ingiustizie che in un certo senso sentiva parte anche del suo vissuto. Omizzolo ha deciso così di avviare una ricerca sul tema del caporalato infiltrandosi  nelle campagne pontine assieme a braccianti indiani per un anno e mezzo: è iniziata così un’esperienza che ha contribuito a combattere questo tipo di attività mafiose. Il giornalista ha raccontato di aver abitato con queste persone, con le vittime delle agro-mafie, di essersi fatto piccolo con loro e per loro, per dare loro una prospettiva di vita migliore; ha raccontato di aver vissuto in una baracca con altri undici lavoratori, dove c’erano solo un bagno, dodici letti, dodici armadi e altrettante biciclette per recarsi al lavoro ogni giorno. Le condizioni di vita erano estremamente precarie, davvero oltre il limite della disumanità.

Per scavare ancora più a fondo in questa situazione ha deciso di indossare anche lui i panni del bracciante, ogni giorno per tre mesi infatti ha lavorato nelle  campagne, a volte anche per quattordici ore al giorno. Ricorda bene ogni giornata di quel periodo, ricorda che una volta il  padrone aveva preso a bastonate un bracciante perché aveva accidentalmente fatto cadere la cassetta di ortaggi e ha modo così di osservare con i suoi occhi la violenza  subita dal più debole per mano del più forte.

Losciopero dei braccianti del 2016 a Latina (da latinaquotidiano.it)

Il sociologo ha raccontato poi di aver osservato anche parecchi infortuni sul lavoro e che quando capitavano,  chi si era infortunato, una volta lasciato al pronto soccorso più vicino, aveva l’obbligo di  mentire sull’accaduto. “Incidente domestico”, ecco la risposta che andava data ai medici. Questi e tanti altri sono stati gli episodi drammatici che Marco Omizzolo ha potuto osservare e che ha riportato agli studenti cremonesi: per  questo ha lavorato fino all’ultimo, perché queste persone avessero il coraggio di parlare, di non rimanere in silenzio davanti a ciò subivano.

“Non più sotto padrone, ma per i nostri diritti”: con questa frase può essere riassunto il primo sciopero fatto dai braccianti pontini, anche grazie all’intervento di Omizzolo, che si è  battuto per far conoscere a queste persone il significato della parola “diritti”.  Il giornalista ha raccontato con trasporto di quell’enorme e storico sciopero, che ha avuto luogo a Latina nell’aprile 2016 e che ha dato voce a più di quattromila lavoratori e lavoratrici straziati da quelle attività che li stavano logorando, fisicamente e psicologicamente.

“Questo non è solo un viaggio nell’orrore delle agromafie, ma anche nella speranza, quella di costruire una democrazia vera, perché gli ultimi tra gli ultimi hanno deciso di scendere in piazza. Il 18 aprile del 2016 abbiamo organizzato il più grande sciopero di braccianti stranieri mai organizzato in Italia: oltre 4.000 persone quel giorno hanno conquistato il loro diritto di cittadinanza e hanno riconquistato la loro dignità. Era un lunedì e quel giorno migliaia di braccianti hanno detto ai loro caporali, ai loro padroni, ai loro padrini, ai trafficanti: noi oggi non veniamo nelle vostre serre a lavorare come schiavi, ma scendiamo in piazza per i nostri diritti”

APPROFONDIRE, CAPIRE E FARSI UN’IDEA

LATINAQUOTIDIANO.IT – Sciopero dei braccianti sikh, i lavoratori scendono in piazza contro il caporalato

INMIGRAZIONE.IT – Marco Omizzolo Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

https://youtu.be/AoCMEfLGHhk

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