L’intervista – Il Coronavirus nelle case di riposo

COVID-19

di ALICE QUATTRONE (3A Classico) – Nel pieno dell’emergenza Covid, uno dei fronti risultato più critico è stato quello delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali che su tutto il terrirorio ospitano persone non autosuffficienti e che sono state loro malgrado coinvolte nell’emergenza e, in alcuni casi, nella polemica anche politica. Per conoscere megio queste realtà e capire come stanno affrontando la situazione abbiamo intervistato il dott. Antonio Quattrone, direttore sanitario della RSA Bruno Pari di Ostiano.

Quali caratteristiche ha la vostra struttura?

La RSA Bruno Pari di Ostiano è una fondazione che ha 94 posti-letto di RSA ed opera su tutto il territorio provinciale per quanto riguarda i servizi domiciliari.

Da quando avete iniziato a prendere misure contro il coronavirus?

Ci siamo subito resi conto dell’importanza che questo tipo di emergenza sanitaria poteva rivestire per i nostri ospiti. Le persone che noi assistiamo rappresentano la categoria più a rischio per quanto riguarda la possibilità di morte in seguito ad un contagio. Per questo motivo già dal primo momento, dal 22 febbraio, abbiamo capito quanto potesse essere importante cercare di impedire a tutti i costi che il virus penetrasse all’interno della nostra struttura. Abbiamo preso già da allora delle scelte decisive di blocco completo per quanto riguarda sia l’ingresso ai visitatori sia per quanto riguardo la chiusura immediata del centro diurno e della fisioterapia per esterni.

Perché in una casa di riposo è più pericolosa la diffusione di un contagio?

I motivi sono fondamentalmente due. Innanzitutto la tipologia degli ospiti della RSA è caratterizzata da persone molto avanti con l’età. Un’altissima percentuale di loro è ormai ultranovantenne, con un numero di patologie estremamente importante e questo rende l’ospite notevolmente a rischio nel caso in cui esso venga contagiato dal Covid-19. Si sa dalla pur recente letteratura che l’80 % dei deceduti sono persone che appartengono a queste categorie: ultraottantenni con una comorbidità elevata. Il secondo elemento che rende pericoloso l’ingresso del virus in un RSA è che, essendo una comunità chiusa ed essendo composta da tante persone che quotidianamente frequentano spazi comuni, la diffusione di un agente patogeno per via respiratoria determina nel giro di pochi giorni il contagio della quasi totalità degli ospiti della struttura.

Quali sono le misure di prevenzione che avete adottato?

Le misure di prevenzione che noi abbiamo applicato sono numerose. La prima è stata la chiusura completa ai visitatori, impedire quindi alle persone che provenivano dall’esterno di contagiare involontariamente i nostri ospiti. Il secondo provvedimento è stato di introdurre da subito per tutto il personale che lavora in struttura l’obbligatorietà di indossare la mascherina. Inizialmente si trattava della mascherina chirurgica che serve per difendere gli altri da una nostra eventuale contagiositá. Il livello di protezione successivamente è aumentato portando all’obbligo della doppia mascherina, chirurgica e FFP2, mascherina con livello di protezione più alto che difende le persone dal contagio. Il lavaggio delle mani è stata un’altra delle misure adottate, che nonostante fosse già presente all’interno della nostra struttura è stato  potenziato, dotando ogni spazio comune ed ogni stanza di Amuchina. Un altro accorgimento è il controllo della temperatura corporea di tutti i dipendenti nel momento dell’ingresso in struttura. Gli stessi sono stati poi muniti di guanti monouso, occhiali di protezione e sovracamici idrorepellenti.

Gli anziani come e quanto hanno percepito l’entità del problema?

Devo dire che gli anziani hanno saputo capire e accettare i sacrifici che venivano chiesti molto meglio di quanto siano state capaci le altre persone. Questo viene giustificato dal fatto che le persone anziane hanno superato nella maggior parte dei casi situazioni gravi, come la guerra, e quindi sono abituati a comprendere l’importanza di determinate questioni, come questa emergenza di natura sanitaria. Abbiamo cercato con tutto il personale in struttura di creare, per quanto più possibile, una parvenza di normalità nello scorrere della loro vita, cercando di far sì che tutto si svolgesse come sempre, tranne per le visite dei familiari che sono state interdette. Abbiamo cercato di alleviare questo sacrificio attivando un servizio di videochiamata con i parenti inserito quotidianamente tra le attività di giornata dal nostro servizio di animazione. Questo ha aiutato molto a sopportare questo distacco dai propri familiari.

Qual è stato il differente impatto dell’infezione da questo virus rispetto alla diffusione delle infezioni da virus influenzali tipiche di questo periodo?

La diffusione di questo non è neanche paragonabile alla diffusione del virus influenzale. Il virus influenzale sicuramente determina gravi ripercussioni nelle persone anziane e tutti gli anni determina alcuni decessi. Teniamo però presente che una normale epidemia influenzale in una struttura come la nostra era solita creare un aumento di mortalità rispetto al periodo estivo di un 50 %; quindi solitamente durante l’epidemia influenzale avremmo potuto avere 4 decessi circa. Dal 3 di marzo ad oggi, nonostante i nostri sforzi, abbiamo avuto già 9 decessi.

Per una struttura come la vostra quali sono ora le prospettive?

Quello che vorrei dire è che la cosa importante per affrontare un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo adesso è quella di provare a ridurre il contagio ed evitare che tante persone contemporaneamente si ammalino.  La saturazione dei posti-letto in ospedale e soprattutto delle terapie intensive è la vera emergenza, perché questa malattia determina una polmonite bilaterale interstiziale, che rende necessario in una grande percentuale dei casi l’intubazione del paziente. Stiamo tentando anche nella nostra struttura l’utilizzo, secondo i protocolli ospedalieri, di terapie con farmaci che sembrano ridurre la gravità del decorso della patologia stessa. Stiamo mettendo in campo tutte le nostre forze al fine di preservare la vita dei nostri pazienti che sono tra i più fragili, ma proprio per questo tra i più bisognosi di cure e attenzione.  Chi lavora nelle nostre strutture sa quanto potenziale di affetto e di capacità di relazione ci sia ancora in ognuno dei nostri ospiti, valore che deve essere protetto con tutto il nostro impegno.

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