Io voglio abbracciare

COVID-19

di IRENE BIELLA (1A Classico) – A inizio anno non mi sarei mai aspettata di dover vivere un’esperienza del genere. All’inizio in realtà non ero neanche preoccupata, anzi ero abbastanza contenta di aver qualche giorno in più per stare a casa. Ma poi hanno incominciato a parlare solo di “quello” ai telegiornali e a casa. I giorni a casa aumentavano e ho iniziato a preoccuparmi per tutti quelli a cui voglio bene: i miei genitori, le mie nonne, i miei zii.

Non ho tanta paura di poter prendere il coronavirus, ma ho più paura che finita la quarantena si dovrà continuare a cercare di evitare contatti con gli altri. Io voglio abbracciare e dare baci a chi voglio bene, ma ho paura che non si possa più fare tanto quanto prima. Ho paura che muoiano persone che conosco perché non ci sarà un letto per loro nelle terapie intensive e che scelgano di curare altri al posto loro. Sono preoccupata per le persone che risultano positive, ma alle quali non vengono date informazioni su cosa fare. Mi manca fare tutto quello che facevo: mi manca andare a scuola e vedere i miei amici, mi manca l’allenamento, uscire la sera e andare alle feste o semplicemente la gelateria con la mia famiglia o il ritrovo con i miei parenti. Mi manca pure andare sul pullman la mattina…e per arrivare a farmi mancare quello ce ne vuole. Ho capito che anche le cose che mi sembrano banali alla fine sono importanti per me.

Non capisco invece le persone che continuano a uscire come se niente fosse successo e come se questi giorni di quarantena non siano altro che una vacanza. Dicono che nessuno può togliere loro la libertà di uscire. Credono di essere più forti del virus e di avere coraggio. Ma qui i pochi che hanno coraggio sono i medici e gli infermieri, che rischiano di infettarsi ma continuano a stare in ospedale per curare i malati.

Mi è sembrata un’esagerazione quando hanno assaltato la stazione di Milano per scappare e anche un esempio di ignoranza: facendo così si sono infettate molte altre persone, mentre bastava rimanere in casa e non si sarebbero ammalate. Ma forse così molti capiranno cosa provano i migranti quando scappano dalla guerra e cercano un rifugio. La paura è la stessa, quella di morire: l’unica differenza è che la guerra non può essere fermata e non possono fare altro che scappare, mentre noi potremmo fermare o almeno rallentare il virus stando a casa.

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